Il richiamo della pietra. Nuove segnalazioni di giochi incisi nel Verbano (Ghea Martinelli)

Su «Vallintrasche 2009» sono state descritte alcune incisioni su pietra riconducibili al gioco “delle pecore e del lupo” presente a Ungiasca e in altre località del Verbano. Come già scritto, le prime segnalazioni di giochi incisi su pietra nel Verbano [1] sono opera di Daniela Piolini e Nino Chiovini [2]. Successivamente Carlo e Luca Gavazzi nel 1997 ne censirono e pubblicarono centinaia, scoprendo che l’Alto Novarese è forse la zona più ricca al mondo di queste incisioni [3].

Ulteriori ricerche ci permettono ora di aggiungere al catalogo altri filetti e un alquerque: i primi si trovano a Onunchio, Pisciola, Intragna e Carpiano [4]; un filetto e l’alquerque, invece, sono incisi su due distinte lastre in pietra a Romanico. Questi ultimi meritano un approfondimento, essendo l’alquerque alquanto raro nella nostra provincia. Il paese di Romanico, adagiato su un debole ripiano delle pendici del Mottarone, si trova appena sopra Baveno, suo comune di appartenenza. La sua origine è verosimilmente romana, come testimonierebbe la necropoli di 15 tombe rinvenuta nel 1868 [5]. In passato «[...] ospitò la prima sede della comunità di Baveno. Grazie alla ricchezza d’acqua, sorsero mulini per la macinazione del grano, di frantoi per la macina delle olive, e di torchi per la spremitura delle vinacce, nonché di altre attività di fabbro ferraio e di falegname»[6]. Esso si sviluppò inizialmente in due principali nuclei edificati, il primo disposto a semicerchio rispetto alla centrale chiesa seicentesca dedicata a S. Giuseppe; il secondo, distaccato dal precedente, denominato Milnese sulle mappe catastali storiche [7]. Inuclei sorsero entrambi lungo le attuali via Due Riviere e via Mulini.

Nel tempo, al tessuto storico si aggiunse, per agglomerazione e completamento delle aree vuote, quello odierno, con morfologia e caratteri tipologici differenti, e furono successivamente introdotte nuove vie di collegamento tra i paesi circostanti. Il paese presenta elementi decorativi in pietra che testimoniano la lunga attività degli scalpellini nelle cave sovrastanti Baveno [8].

Una sera di qualche anno fa, mentre passavo sotto un portico ad arco che conduce in una corte interna del nucleo storico di Romanico, all’inizio di via Mulini, feci caso ad alcuni segni geometrici incisi su lastre di pietra: uno di essi posto sulla sommità di un muretto di recinzione di proprietà privata e nascosto parzialmente dalla barriera in ferro che ne interrompe il disegno; l’altro, di figura diverso dal primo, scolpito in una lastra della pavimentazione del passaggio, probabilmente realizzata o sistemata nell’anno 1900 (data incisa all’inizio del lastricato).

 

Fig. 1: Romanico, filetto parzialmente nascosto da una barriera di recinzione

 

Da qualche mese stavo collaborando con Fabio Copiatti alla ricerca di giochi incisi sulla pietra. Confrontandomi con lui sul ritrovamento ne derivò che anche quei particolari segni non erano altro che giochi da “tavolo”, uno dei quali – quello sulla pavimentazione – poco diffuso nella nostra zona.

Le testimonianze a riguardo sono pochissime, i “vecchi” di Romanico, nati e cresciuti in paese, che possano raccontare i propri ricordi legati ai giochi del passato non ci sono più. Riguardo al tavoliere sulla pavimentazione, un abitante, Enzo Ribolzi, 58enne di Romanico la cui famiglia è appartenuta al luogo da più generazioni, ricorda di aver sempre visto quel lastricato, ma di non essersi mai accorto dell’incisione, perché quel punto è stato per anni coperto da una catasta di legna.

Così più nessuno si è fermato a giocare o soltanto ad osservare il tavoliere che col tempo è stato dimenticato. Tuttavia ora è di nuovo possibile ammirare la sua particolarità, comprenderne il significato e (perché no?) giocarci.

Il tavoliere scolpito sopra il muro è un filetto (figura 1), chiamato anche, secondo la località, «grissia o grizia, tela, merlo, merler, smerelli, bina, mulinello, terra molino […]»[9]. Si tratta del gioco da tavolo posto in genere sul retro della Dama, formato da «tre quadrati concentrici collegati da quattro linee perpendicolari ai lati che dividono questi ultimi in segmenti uguali»[10] che nel nostro caso sembrerebbe composto di due soli quadrati concentrici.

A filetto si gioca in due e sono necessarie nove pedine a testa da collocare alternativamente dove si ritiene più opportuno, ma sempre nei punti d’intersezione delle linee. Si comincia il gioco muovendo le pedine una alla volta, a turno, spostandole da un’intersezione a un’altra adiacente, purché sia libera. Lo scopo è allineare tre delle proprie pedine facendo “filetto”; chi ci riesce mangia una pedina avversaria a scelta che non sia già parte di un filetto completo. Quando un giocatore rimane con tre pedine, comincia a saltare – muovendone una alla volta – in qualsiasi punto del tavoliere cercando di impedire che l’avversario faccia nuovamente “filetto”. Chi resta con sole due pedine perde, anche perché in tal caso non è più in grado di far filetto.

Il tavoliere scolpito sul lastricato del passaggio (figura 2 e 3) è un alquerque, incisione meno frequente nel nostro territorio e perciò più interessante [11].

L’alquerque è un antico gioco di origine araba, giunto in Europa con l’occupazione della Spagna; esso è l’antenato della Dama, che ormai quasi tutti conoscono, e di altri giochi da tavolo sparsi per il mondo.

Viene menzionato con il nome di El-qirkat nel manoscritto arabo «Kitab al-Aghani», X secolo d.C.; mentre le regole del gioco sono descritte per la prima volta nel «Libro de los juegos» di Alfonso X di Castiglia detto “il saggio” (XIIIsecolo d.C.). È probabile – senza alcuna certezza – che il gioco esista da molto tempo prima, poiché un’incisione del tavoliere dell’alquerque è stata ritrovata sulla copertura del tempio di Kurna, a Tebe in Egitto (1400 a.C. circa). Anche se vi sono casi in cui gli stessi simboli, in diversi luoghi ed epoche, assumono significati differenti [12].

 

     

                      Fig. 2: Romanico: alquerque inciso all’inizio di via Mulini

 

     

                            Fig. 3 - l’alquerque di Romanico  (dettaglio)

 

L’alquerque è una “tria multipla” con 25 punti d’incontro (figura 6), cioè un quadrato composto da quattro trie semplici (figura 4), ognuna formata da un quadrato diviso in otto parti da due mediane e due diagonali [13].

Per giocare all’alquerque sono necessari due giocatori; essi hanno a disposizione 12 pedine ciascuno, uno bianche e l’altro nere, quelle bianche hanno diritto alla prima mossa. Le pedine usate un tempo – ma ancora oggi per i pochi rimasti a giocare sui tavolieri di pietra – spesso erano sassi, fagioli, bottoni, pezzi di legno... ciò che si poteva reperire facilmente e che, nella maggior parte dei casi, la natura metteva a disposizione.

Per iniziare, le pedine devono essere disposte, come in figura 7, le bianche da una parte e le nere dall’altra, nei punti d’intersezione della tavola, lasciando libero il punto centrale che servirà per compiere la prima mossa.

A questo punto si comincia il gioco muovendo una pedina alla volta, sempre avanti in tutte le direzioni, lungo le linee del tavoliere di un solo incrocio.

Le pedine mangiano, saltando, quelle avversarie come a Dama – sempre in linea retta – e quando non lo fanno, vengono “soffiate” e tolte dal gioco; è possibile mangiare più pedine alla volta cambiando anche direzione, l’importante è che vi sia una serie alternata di pedine e incroci vuoti.

Non è possibile né muovere all’indietro né tornare nella posizione immediatamente precedente (anche in senso orizzontale).

Quando una pedina raggiunge l’ultima riga orizzontale, può muoversi solo lateralmente su di essa e soltanto per mangiare, in caso contrario deve restare ferma. Vince chi mangia tutte le pedine avversarie o le blocca senza possibilità di muoversi.

           

Con questi giochi e ad altri non menzionati, erano soliti svagarsi anziani, bambini ma anche gli adulti dopo una giornata di duro lavoro o nei giorni di festa, di qualche decennio ma anche secolo fa. Essi erano e sono ancora oggi generalmente presenti nei luoghi di ritrovo e svago delle persone di un tempo, su muretti, tavoli e panche in pietra delle piazze e dei cortili, sui gradini delle case, sui muretti e sui sagrati delle chiese, lungo quelli delle strade, ma anche negli alpeggi o lungo i sentieri di montagna, spesso in corrispondenza di elementi religiosi; nei punti in cui la sosta era possibile e diveniva un invito al divertimento e allo svago:

«[…] a Forgnengo, dove secondo una testimonianza nelle sere di maggio prima si andava in chiesa a dire il rosario e poi, appena fuori, ci si metteva sul muretto a giocare. Ma sovente si doveva instaurare una sorta di concorrenza tra il richiamo del parroco che diceva messa e il richiamo, muto ma per alcuni più forte, dei tavolieri: Don Lebole nei suoi studi sulla Chiesa biellese ricorda di essersi diverse volte imbattuto in ordinati successivi a visite pastorali dei vescovi vercellesi del XVIIsecolo nei quali si vieta di giocare davanti alle chiese durante le funzioni» [14].

Oggi col progresso tecnologico, il cambiamento degli usi e costumi della società ed il tempo che sembra correre più veloce che mai, si stanno perdendo lentamente le tradizioni e con esse anche i giochi più semplici come il filetto o l’alquerque. Eppure essi sono lì, incisi nella pietra, sembrano voler fermare momentaneamente il tempo, ricordare a ognuno di noi ciò che sono stati; e che, nel loro piccolo, fanno parte della nostra storia. È pertanto nostro dovere rispettarne e tramandarne il significato, e magari riscoprirne, con gusto, l’indubbio divertimento che essi conservano!

                                                         * * *

Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito alla stesura di questo articolo, attraverso testimonianze, prestiti documentali, consultazione del materiale bibliografico, suggerimenti o altro.

 

Note:

 

1) F. Copiatti, Le pecore e il lupo. Giochi incisi sulla pietra, in «Vallintrasche 2009», pp. 7-11.

2) D. Piolini, Tavole-mulino presso la chiesa di S. Fabiano a Suna, in «Verbanus» 7-1986, pp. 323-328; N. Chiovini, Ungiasca perduta, in «Verbanus» 9-1988, pp. 351-374.

3) C. e L. Gavazzi, Giocare sulla pietra. I giochi nelle incisioni rupestri e nei graffiti di Piemonte Valle d’Aosta e Liguria, Ivrea 1997. Si veda anche il più recente C. Gavazzi (a c. di), L’orso e i suoi fratelli, Biella 2007.

 

4) Ad Onunchio, nell’alta Valle Intrasca, un filetto è inciso su una lastra presente all’interno della cappella; all’alpe Pisciola, nei pressi del Monte Vadà, su una roccia; ad Intragna su una lastra di copertura del muretto antistante l’oratorio di Cambiesso, a Carpiano due filetti sono incisi su lastre di copertura del muretto presente davanti alla chiesa. Sull’opposta riva del Verbano, ricordiamo il filetto della Rocca di Angera, collocato nel posto di guardia della rocca, e forse utilizzato come passatempo dai militari di presidio.

5) P. Caramella, A. De Giuli, Archeologia dell’Alto Novarese, Mergozzo 1993, p. 28. V. Grassi, C. Manni, Il Vergante (Lago Maggiore), Intra 1990, p. 324.

6)  Azienda autonoma soggiorno e turismo Baveno (a c. di), Baveno e i suoi sentieri, Baveno, s.a.

7) Archivio Comune di Baveno, Mappa catastale Teresiana 1720 circa e mappa catastale Rabbini 1856 circa.

 

8) Su cave e scalpellini di Baveno si veda G. Margarini, C.A. Pisoni, Il granito di Baveno. Un pionere: Nicola Della Casa, Verbania Intra 1995.

9) Gavazzi, Giocare sulla pietra…, cit., p. 8.

10)  Gavazzi, Giocare sulla pietra…, cit., p. 8.

11) Tre alquerque sono presenti in Ossola sulla cosiddetta “pietra del Merler”, in Valle Antrona, cfr A. De Giuli, La pietra del Merler, in «Oscellana» 4-1986, pp. 173-178.

 

12) Gavazzi, Giocare sulla pietra…, cit., p. 17-19.

13) Descrizione presente in F. Gaggia e G. Gagliardi, Considerazioni sul gioco del filetto, figura ricorrente fra le incisioni rupestri, in Benaco ’85. La cultura figurativa rupestre dalla protostoria ai nostri giorni, Torino 1986, pp. 103-115.

14) Gavazzi, Giocare sulla pietra…, cit., p. 25-26.

  • Ringraziamenti: questo articolo si pubblica per gentile concessione del dr. Fabio Copiatti, redattore della rivista "Vallintrasche" e membro del direttivo del Magazzeno Storico Verbanese, editore della rivista, nonchè nostro collaboratore.

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