Triplice Cinta come "Signum Tabellionis"

                                                           (Marisa Uberti)

 

La scoperta, da parte di Marisa Uberti (curatrice del CSTC), di una Triplice Cinta in alcune pergamene del XV-XVI secolo impiegata come "Signum tabellionis" da un notaio bresciano, apre nuovi interrogativi e un nuovo filone d'indagine...

 

                                                                   -I parte-

 

E' inequivocabile. Mi soffermo ad osservarla e a rimirarla per capire se è una mia impressione ma non lo è, troppo simile (anzi identica) ad una Triplice Cinta per passare inosservata. Ed è allora che comincia un nuovo filone d'indagine, come se non bastassero i numerosi già intrapresi durante questa inesauribile ricerca!

Tutto ha inizio pochi giorni fa, quando il docente del Corso di Avviamento alla Ricerca Storica, don Giovanni Donni, mi ha consegnato prezioso materiale di studio inerente le lezioni stesse (tenute il sabato mattina a Rovato, Brescia, paese in cui sono nata ma nel quale non risiedo più da molti anni). Materiale così corposo che ho provveduto a scaricarlo sul mio computer ma che avrei probabilmente vagliato con calma prossimamente, sapete anche voi -amici miei- come vanno queste cose. Tutto occorre al momento giusto, no? Tra il materiale che il prezioso sacerdote mi ha dato, vi è un libro di Adele Durante, "Dietro il portone"; aprendolo, ho subito notato che sulla seconda e terza di copertina vi è riprodotto un frammento di una pergamena, probabilmente inerente un Atto Notarile cinquecentesco, relativo al protagonista del volume, il Castello Quistini di Rovato. L'attenzione è caduta sul cosiddetto "Signum Tabellionis" (segno personale del notaio), situato nella parte sinistra del documento riprodotto, in cui compare chiaramente una triplice cinta con diagonali (e senza segmenti mediani), inserita in un elaborata composizione. Al centro dello schema a triplice quadrato vi è una lettera (una R o una B), probabilmente relazionata al nome del notaio stesso. Il disegno del suo ST è il seguente:

 

                       

 

Mi sono letta tutto il libro (tra l'altro molto piacevole), nella speranza di risalire all'identità del "notaro" che stilò l'Atto riprodotto ma, per il momento, non l'ho trovata (la ricerca però serve a colmare le lacune e spero presto poterlo sapere e così aggiornarvi). A quel punto, comunque, mi sono chiesta come mai quel notaio avesse adottato proprio tale simbolo come suo segno distintivo e la voglia di dipanare il mistero ha preso il sopravvento; mi sono ricordata che tra il materiale fornitomi da don Donni vi era una cartella intitolata "Pergamene-Rovato" (contenente una ventina di Atti che sono attualmente conservati nell'Archivio Storico della cittadina).

Ero desiderosa di scoprire se lo stesso "marchio" e dunque lo stesso notaio potesse aver redatto altri Atti che, speravo, comparissero tra i molti inclusi nella cartella, in modo da colmare quella che ormai era una esacerbata curiosità (scoprire almeno il nome del professionista). Aprire ogni singola pergamena, ingrandirla e controllare i relativi "Signum Tabellionis" (ST) mi ha impegnata per un po' di tempo ma sono stata ampiamente ripagata dal ritrovamento, su ben tre pergamene, non dello stesso ST che avevo visto sul libro, ma di meglio; una Triplice Cinta ancora più bella, più vicina ai canoni classici di tali schemi, avendo infatti anche i segmenti mediani. Al centro, vi è una lettera alfabetica, almeno sembra, entro due puntini (i due ST, quello sopra e quello sottostante, hanno comunque delle similitudini, anche questo è un dato indicativo che forse potrà essere chiarito, in futuro).

 

                   

 

A quel punto rimaneva comunque un mistero a quale notaio appartenesse, perchè non riuscivo -da sola- a decifrare la calligrafia dello scritto, se non per qualche parola, come "Ego Donino" [...] q. "Grazioli". Sfuggiva proprio il cognome di Donino, fu (q [uondam] Grazioli o Graziolo. Il buon don Donni mi aveva però unito anche le provvidenziali trascrizioni delle pergmanene, sia in formato Word che pdf e, in tal modo, ho potuto effettuare una ricerca comparativa, individuando il nome Grazioli accanto a quello di Sobricus, che effettivamente appare nelle tre pergamene in cui è presente la TC. Non avevo più molti dubbi: quel ST apparteneva a lui "Ego Doninus Sobricus q. ser Gratioli de Roado civis et habitator civitatis Brixie publicus jmperiali auctoritate notarius …".

Capito che soddisfazione ho provato? Potevo abbinare il ST all'identità del notaio, Sobricus, tra l'altro un personaggio che doveva essere importante, dal momento che la sua carica è specificata essere "pubblico notaio dell'autorità imperiale" [1], cittadino di Brescia e figlio di Graziolo di Rovato (per adesso questo non mi dice molto sulla casata, ma è già parecchio).

Le tre pergamene hanno tutte, fortunatamente, la data:

  • la prima è datata 30 agosto 1490 e reca il ST di altre due personalità, oltre a quella di Sobricus: il secondo notaio e il pubblico notaio che registrò il documento.

S.T. ….Ego Cominus fq. Leonardj de Brandico civis et habitator civitatis Brixie (secondo notaio).
S.T. …Ego Hieronymus fq. domini Bertolomey de Marinis civis Brixie publicus notarius acregistrator jnstrumentum…

  • La seconda reca la data del 10 ottobre 1493 e, oltre al ST del nostro Sobricus, vi compare quello del notaio che registrò l'Atto:

S.T. …. Ego Leonardus de Malvecijs publicus notarius civis et habitator Brixie ac jnstrumentorum registrator per comune Brixie deputatus…

  • La terza pergamena è un poco più tarda, datando il 6 maggio 1504. Oltre al ST di Sobricus, compare quello del notai registrante:

S.T. Jacobus Philippus de Cizago notarius et per comune Brixie registrator ….

 

            

                                                La prima pergamena

               

                                                La seconda pergamena

                 

                                                      La terza pergamena


Non entriamo, in questa sede, nel merito del contenuto degli Atti notarili in questione, perchè al momento non hanno influenza sulla ricerca, che si deve indirizzare alla comprensione del motivo per cui quel notaio adottò il simbolo della TC come suo personale ST. A questo punto, prima di procedere con eventuali ulteriori ipotesi o dati che raccoglierò, è utile sapere cosa sia un "Signum Tabellionis" e bisogna fare un piccolo ripasso storico, affidandoci all'Enciclopedia Treccani la quale, alla voce "notaio" ci indirizza in questo modo:

"notaio Il notarius di età romana era uno stenografo al servizio di privati o della pubblica amministrazione. La redazione di atti giuridici fra privati era affidata invece in epoca imperiale prevalentemente a liberi professionisti detti tabelliones, organizzati in collegi. Nel Medioevo sorse la figura del n. al servizio sia delle pubbliche autorità, sia degli enti ecclesiastici, sia dei privati; si trattava di laici e di ecclesiastici, educati all’uso di formulari diversi da territorio a territorio e riconosciuti ufficialmente, i cui documenti acquisirono valore giuridico assoluto (publica fides). Particolare funzione assolsero i n. nell’amministrazione pubblica del comune medievale italiano di cui redigevano tutti i documenti, dalle lettere ai verbali consiliari, agli atti giudiziari e amministrativi. Nell’Età moderna i n. acquistarono una sempre più precisa specializzazione e fisionomia e la loro attività fu vieppiù disciplinata dagli ordinamenti pubblici". E alla voce "Signum Tabellionis": tabellione. Nell’antica Roma, nome degli scribi pubblici, esperti di materie giuridiche, con funzioni anche ufficiali. Nell’Alto Medioevo, specialmente in ambito bizantino, il termine designava i notai che avevano l’incarico di redigere e conservare gli atti giudiziali e privati. Più tardi si chiamarono  con questo termine gli scrittori di documenti che, a differenza dei notai, non avevano il potere di autentificare l’atto e dovevano corredarlo con l’autentificazione di un’autorità pubblica. Il signum tabellionis tuttavia indica il segno che i notai apponevano prima della loro sottoscrizione, a garanzia di autenticità".

Teniamo buona quest'ultima frase; sappiamo che questi ST erano anche molto complessi, per renderli difficili da imitare, trattandosi di atti pubblici con valore legale. Si trova spesso in letteratura che i notai italiani non avevano "sigilli", a differenza delle nazioni straniere.

Che differenza c'è tra "sigillo" e "Signum Tabellionis" (segno di tabellionato)?

Il primo -lo dice la parola- "sigilla", chiude, un documento, una Bolla, un Atto, con suggelli di cera rossa applicati oppure con suggelli appesi, con teche di legno, su cui veniva impresso il marchio del notaio. Questi sigilli, seppure usati più raramente in Italia, non mancarono però nella nostra nazione e fin dai tempi antichi; ne restano pochi esemplari in alcuni musei, però cercandoli se ne trovano (maggiore è la diffusione delle matrici in bronzo). Non sappiamo se Sobricus avesse anche un "sigillo", ci basta per ora sapere che il suo ST fosse una Triplice Cinta; tanto i ST che i sigilli sono molto interessanti da studiare e comparare.

I simboli che i professionisti sceglievano erano molto variegati, sia nella forma che nelle raffigurazioni e anche da periodo a periodo. Ricordiamo che Sobricus operò a cavallo tra XV e XVI secolo, in un territorio governato dalla Repubblica Veneta (dove la nostra TC era uno schema ludico diffusissimo ma, come ormai sappiamo, non aveva sempre e solo tale funzione, detenendo una valenza simbolica [2]).

"Mi resi conto che [...] Questi  disegni (i "signum tabellionis", n.d.r.) - sempre  uguali  per  ciascun  notaio  in  tutta   la  sua  vita  di  lavoro - esistevano  fin  dagli antichi documenti,  pergamene  dei  primi  anni  del  1400, e  perduravano   per  quasi  tutto   il XVIII  secolo,  finchè  gradualmente   scomparivano sostituiti  da sigilli apposti  a timbro" [3].

Sembra certo che alcuni motivi riprodotti (come nel caso di un leone rampante, un leopardo, un cane e altri animali) si riferiscano ad insegne araldiche riferite al nome o alla casata del notaio; dal XIII al XV secolo i ST si presentano assai complessi con nodi (anche Nodi di Salomone), girali, arricciature ed altri motivi tardo-romanici e gotici, sempre foggiati a croce o sormontati da una croce [4]. Se ne trovano raramente con i simboli della professione notarile (penna e calamaio); in ambito ecclesiastico (Cancelleria papale o altro) sono frequenti le figure di Cristo nimbato, gli apostoli Pietro e Paolo separati da una croce, san Giovanni benedicente, anche altri santi e/o vescovi. Ad un gruppo particolare, che gli studiosi faticano a classificare, appartengono quei ST con figure cosiddette "fantastiche", allegoriche o allusive (sirena, idra a tre teste, cielo stellato, sole, luna, pavoni, uccelli, aquile, ecc). Tutto questo fa riflettere e credo vi sia un universo da sondare, nel mondo della sigillografia!

Per ora non abbiamo trovato alcun riferimento all'impiego della Triplice Cinta nei sigilli o nei ST, ma non è infrequente trovare quadrati concentrici, basta cominciare ad osservarli. Certo, così perfettamente identica ad una TC come quella del notaio Sobricus, figlio di Graziolo di Rovato e cittadino di Brescia, sarà difficile trovarne, anche perchè sarebbe stato anche un plagio. E' però ovvio che nessun notaio poteva conoscere le migliaia di "marchi" che i colleghi del passato o suoi contemporanei avevano scelto per se stessi ed è possibile che in qualche caso -se plagio vi fu- non fosse volontario.

La prossima mossa sarà quella di indagare presso la persona che crediamo possa saperne di più e se voi che state leggendo ne sapete già di più, fatemelo presente. Avete visto documenti notarili con ST (o sigilli) simili a TC? Ma anche simili a "tris" o Alquerque-12? Già ne sto scoprendo di "emozionanti"...Da parte mia vi terrò aggiornati.

(continua-)

 

 

[1] "Il riconoscimento del ruolo e della funzione notarili da parte di collettività urbane in grande effervescenza espansiva fece sì che il generico riferimento al potere imperiale come autorità delegante cui i notai facevano riferimento nelle formule di autentica (con l'autodefinizione di notarius palatinus e, più tardi, di publicus imperiali auctoritate notarius) si trasformasse in concreto nel loro profondo coinvolgimento entro le strutture della realtà sociale e in quella istituzionale delle nuove forme di governo cittadino, di cui peraltro i membri più prestigiosi del ceto notarile facevano parte a pieno titolo anche a livello politico" (da Atlante della documentazione comunale).

[2] "La Triplice Cinta come simbolo", in "Ludica, Sacra, Magica. Il censimento mondiale della Triplice Cinta", Uberti, Marisa (ilmiolibro, 2012)

[3] "Note sul Signum Tabellionis", Vincenzo Amat di S. Filippo, in "Segni Tabellionali in Sardegna" dal 1409 al 1786, Tipolitografia Valdès, Cagliari, Settembre 1983

[4] G.C. Bascapé "Sigilli di notai, di giudici, di giureconsulti", "Sigillografia. Il sigillo nella diplomatica, nel diritto, nella storia, nell'arte" (2 voll.), Giuffrè, Milano 1969-1978

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