Triplici Cinte a Villa Santo Stefano (FR) (Giancarlo Pavat)

 

Quello che desideriamo proporre è una passeggiata inconsueta alla ricerca di uno dei simboli più interessanti e ricchi di significati complessi e profondi che vanno a toccare corde ancestrali dell'animo umano: la "Triplice Cinta", in un paesino un po' defilato, generalmente non toccato dai flussi turistici, ma probabilmente proprio per questo è uno scrigno ancora inesplorato per gli appassionati di storia, di misteri e di simbologie. Il paese si chiama Villa Santo Stefano, in provincia di Frosinone ma confinante con quella di Latina. Arroccato in posizione dominante sulla verdeggiante Valle del fiume Amaseno, di virgiliana memoria, affonda le proprie radici nel periodo storico del cosiddetto "incastellamento" nell'Alto Medio Evo. Ma le sue campagne sono state abitate sin dalla notte dei tempi, come testimoniano i ritrovamenti litici, risalenti a circa 70.000 anni fa, verificatisi nel corso dei decenni presso la "Macchia Comunale", Punta La Lenza sul Monte Siserno e, soprattutto, quelli di Colle Formale (o Fornale o Fornaro).
Da sfatare quanto riportato su numerosi testi ancora in circolazione. Non è mai stata rinvenuta la benché minima traccia di mura poligonali nel territorio santostefanese.
Quanto al nome della bella Torre cilindrica, detta di Re Metabo (Sovrano dei Volsci e padre della Vergine Camilla), che si erge al centro del paese, questa risale al XIV secolo e faceva buona guardia della Porta Urbica, così lo spiega il grande storico locale Arthur Iorio (scomparso nel 2004) ”Deriva da un iscrizione che un letteratuccio del paese vi fece mettere nel secolo scorso in commemorazione della vicenda virgiliana, fino agli anni venti sorgeva più alta del presente e diroccata. Nella finestra di mezzo si riconoscevano le linee di una bifora ed in basso , al limite della scarpa, si aprivano feritoie ad archibugio praticatevi probabilmente al tempo dei briganti.”[1]

Presso la Torre si trova la “Loggia”, che avremo agio di studiare più avanti in questa trattazione.
La presenza romana è attestata dai lacerti dei condotti ausiliari dell' "Acquedotto di Traiano", che portava l'acqua a Terracina, dal “Ponte Romano di Valcatora” e ancora la “Villa Rustica” di Colle Formale, mappata e vincolata dalla Soprintendenza.
Particolare rilievo riveste il sito della diruta Chiesa di San Giovanni in Silvamatrice, nella contrada campestre "di San Giovanni". L'attuale struttura risale al XIV secolo, ma non è altri che l'ultima delle numerose sovrapposizioni susseguitesi nel corso dei secoli.
L'area circostante, vicinissima a "Colle Formale" ed alla sua "Villa Rustica", ha restituito tracce di un "pagus" di epoca romana. Gli enormi blocchi tufacei che si notano sul lato sinistro della chiesa, basamento delle strutture medioevali, indicano la presenza di un tempio pagano. Forse già Italico e poi Romano. Su questo venne innalzata una chiesa paleocristiana, probabilmente a cavallo del IV e V secolo d.C., quindi, quasi certamente la più antica della vallata.
E proprio tra quelle vetuste, sacre vestigia, sopravvissute alla forza devastatrice del tempo, degli agenti atmosferici e dell'incuria dell'uomo, è stato trovato quello che potrebbe essere il più arcaico esemplare santostefanese di Triplice Cinta (fig.1). Si nota appena, consunta com'è, incisa sopra un blocco sbrecciato di tufo, ammucchiato assieme a tanti altri nella zona della chiesa dove, non molto tempo fa, si ergeva la parete alle spalle dell’altare. Impossibile capire come e dove fosse collocato il blocco e la Triplice Cinta. Molto probabilmente si trovava in posizione verticale ed interna all'edificio; ma sono soltanto ipotesi. Se così fosse, sarebbe il secondo caso di Triplice Cinta all'interno di una chiesa dopo quella sul pavimento di Sant'Antonio Abate a Priverno, appartenuta all'Ordine degli Antoniani.
Quella di San Giovanni in Silvamatrice potrebbe essere stata l'archetipo, il modello che ha originato tutte le altre, almeno sette, presenti in giro per il paese. Da tenere presente che alcune "croci a coda di rondine", rinvenute recentemente, assieme ad altre attualmente scomparse ma documentate da vecchie fotografie degli anni '50, oltre ad altri elementi oggetti e svariati indizi anche da fonti medioevali, sembrano concorrere ad attestare che San Giovanni in Silvamatrice sia appartenuta all’Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme o Cavalieri Giovanniti poi Cavalieri di Rodi e poi di Malta. Ordine sorto in Terrasanta, qualche anno prima di quello dei Templari, secondo la tradizione ad opera di Fra’ Gerardo da Sasso, ma, più probabilmente, grazie ad alcuni mercanti amalfitani.
In questo nostro giro turistico molto particolare partiamo proprio dalla Torre di Re Metabo e dalla "Loggia". A questa specie di "galleria", da poco restaurata, si accede da piazza Umberto I°, attraverso la porta urbica, rifatta nel XV secolo, e percorrendola tutta si sbuca nella caratteristica piazza del mercato. Antico "arengo" cittadino. Sul lungo sedile di pietra dentro la "Loggia", dietro alcune bacheche, si possono vedere tre (forse quattro, ma una è illeggibile) Triplici Cinte (fig.2-3-4). La posizione orizzontale sopra un sedile, in un luogo coperto e deputato alla socializzazione, tutto lascia pensare che siano state realizzate per scopi ludici. Parimenti si può dire per la Triplice Cinta incisa sopra un grande blocco in pietra sotto un porticato in via della Portella, nella parte bassa del borgo medioevale e per quella visibile su di un gradino delle scale interne dell’edificio privato noto come "Palazzo del Marchese". Costruito nella seconda metà del Settecento, da tale Giacomo Jorio, sopra i ruderi della vecchia rocca.
La estesa presenza del simbolo della Triplice Cinta in diverse località, fuori da edifici o siti sacri, come, ad esempio, a Priverno, a Carpineto, si potrebbe spiegare proprio con la passione del gioco della "Tria" o "Filetto"
Eventualità che sembra non reggere nel caso della Triplice Cinta individuata sulla soglia dell’ingresso di un edificio indicato con il numero civico 23 di via San Pietro (fig.5). Alle spalle della Parrocchiale di Santa Maria Assunta in Cielo e non lontano da una “Croce Potenziata” scolpita su strutture basamentali medioevali.
Il monolite calcareo, certamente materiale di reimpiego, che funge da soglia si trova in posizione orizzontale, ma l'attenta analisi del manufatto lascia supporre che la posizione originaria fosse quella verticale. L'ipotesi pare corroborata dalla presenza, fatta rilevare dalla dottoressa Alessandra Leo, storica dell'Arte e l'archeologo Italo Biddittu, accanto alla Triplice Cinta, di una "Croce Latina"; intagliata con il braccio principale parallelo al lato lungo del blocco di pietra. Se fosse davvero così, allora anche la Triplice Cinta si sarebbe potuta ammirare sita verticalmente, facendo decadere ogni illazione sulla sua natura di semplice tavola da gioco.
Rimane quindi il mistero sul motivo di quella realizzazione. Semplice simbolo apotropaico o qualcosa di più? Gli ignoti artefici erano a conoscenza di tutti i significati sottesi da quel "signum"? Gli studi sulle Triplici Cinte di Villa Santo Stefano sono ancora agli inizi per potersi pronunciare con un certo margine di sicurezza.
Prima di concludere, rimane da sottolineare la presenza di altri simboli tra le vecchie case del paese. Sempre presso il lato posteriore della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta in Cielo (l'aspetto attuale risale al XVIII secolo, ma sorge su una struttura medievale, dedicata a Santo Stefano Protomartire, compatrono del paese) in via San Pietro, non molto distante dalla già menzionata "Croce Potenziata", si nota un'altra piccola, "Croce Latina". Entrambe potrebbero circoscrivere un area , appunto attorno alla chiesa, in cui vigeva il "diritto d'asilo".
Proseguendo lungo la via San Pietro si incontrano i resti dell'omonima chiesa incompiuta, all'interno della quale, sopra un intonaco sbrecciato è stato scoperto un "Fiore della Vita".
A lato si trova il cosiddetto "Palazzo o Casa dei Monaci Bianchi", antica sede della "Confraternita di San Pietro" del XVI secolo, ma erede di una medioevale chiamata "di San Giovanni" forse in riferimento proprio a Silvamatrice, dove, secondo Arthur Iorio, venivano praticati “riti antichissimi, anche pre-cristiani”. In paese, la confraternita è sempre stata chiamata “dei Sacconi”, dai “sacchi” di colore bianco indossati dai suoi membri ed aveva fini assistenziali.
La passeggiata per gli antichi vicoli, tra vetusti edifici, che ogni tanto si aprono su deliziosi panorami della vallata, ci offre anche tantissime singolari "chiavi di volta" sugli ingressi ed artistiche bifore, oltre ad ambienti voltati, dove si svolgeva la vita del paese nei tempi che furono. Un piccolo gioiello sconosciuto, quindi, Villa Santo Stefano, che ancora attende, silenzioso, di svelare i propri segreti.

 

 


[1] “Villa S. Stefano. Storia di un paese del Basso Lazio attraverso i secoli” di Arthur Iorio – Casamari 1983

 

 

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