Le pecore e il lupo. Giochi incisi nella pietra

                                 Fabio Copiatti

Le prime segnalazioni di giochi incisi su pietra nel Verbano e dintorni sono opera di Daniela Piolini e Nino Chiovini [1], entrambe risalenti alla seconda metà degli anni ’80. Filetti e trie sono comuni sui cosiddetti “tavolieri” del Verbano Cusio Ossola, ossia su lastre di copertura di muretti, su scalini, su veri e propri tavoli in pietra o, più raramente, su affioramenti rocciosi. Carlo e Luca Gavazzi nel 1997 ne censirono e pubblicarono centinaia, scoprendo che l’Alto Novarese è forse la zona più ricca al mondo di queste incisioni [2].

Il gioco “delle pecore e del lupo” presente a Ungiasca, è tra quelli già segnalati; ritornare a scrivere su di esso dimostra che non si può prescindere dall’avere come riferimento gli studi di Chiovini e Gavazzi, ma anche che essi costituiscono un punto di partenza per ulteriori ricerche e approfondimenti e non un punto di arrivo. Nino Chiovini nel 1988 pubblicò sulla rivista Verbanus lo scritto dal titolo “Ungiasca perduta”, in cui tra cenni storici e memorie del paterno paese natio trovò spazio il ricordo di momenti spensierati [3]. Se era libero il tratto di muretto che fungeva da tavolo da gioco – finché la luce solare lo permetteva – era possibile giocare a quello che, insieme al gioco dei tarocchi praticato all’osteria, s’era affermato come il ludo popolare di Ungiasca. La parte superiore del muro di contenimento della «piazza», usata come sedile collettivo, era costituita da una serie di lastroni di pietra trovante (serizzi di varie specie e provenienze) [...]. Su di un lastrone, il più levigato, era stata scalpellata una singolare figura labirintica, di cui in nessun luogo che a Ungiasca vidi l’eguale. Anche su di un secondo lastrone, sito all’incirca al centro della piazzetta, era stata incisa la medesima figura ma, sia a causa della peggior qualità della pietra, sia per la minor bravura dello scalpellino, alcune linee si confondevano con le rugosità della pietra, ragion per cui quest’ultima veniva usata solo in casi estremi. È noto che, in quelli che possiamo indicare come «luoghi d’incontro» d’un tempo di molti villaggi e dei borghi rivieraschi, venivano scalpellate sulle superfici piane di determinate pietre le figure che vanno sotto il nome di filetti [...] su cui è possibile giocare al mulinello o tavola mulino, un gioco le cui origini si perdono nella Cina di duemila anni fa. Ma in nessun luogo che a Ungiasca vidi quel labirinto su cui ragazzi, giovani e meno giovani, si accanivano al gioco chiamato dìi pévèr e dul lüv, ossia delle pecore e del lupo. Il gioco è ancora visibile ad Ungiasca, in piazza Don Pagani – la piazza della chiesa – dove questa ha termine e sta per iniziare la via acciottolata che si addentra nel paese. Rimandiamo il lettore allo scritto di Chiovini e all’esauriente opera di Gavazzi per avere informazioni sul regolamento del gioco e per una descrizione del tavoliere. L’obbiettivo di questo contributo è segnalare altri tavolieri recanti incisi il gioco “delle pecore e del lupo” presenti nel Verbano e in altre regioni italiane.

Il primo è poco distante da Ungiasca: si trova in uno degli alpi della Motta d’Aurelio, più precisamente a Curt d’Venètt. è inciso su una pietra affissa alla parete di una casera ed è del tutto simile al gioco di Ungiasca. Ciò non stupisce essendo la località frequentata da ungiaschesi da tempo immemorabile.

Va infatti ricordato che Vreì – così è chiamata la zona dagli abitanti di Ungiasca, Cossogno e Miazzina, antichi utilizzatori dei suoi pascoli – era frequentato già nel 1254 [4]. Questo corte, oggi italianizzato in Vanetti, prende il nome da una casata ungiaschese, ramo dei Del Grande. Sicuramente il tavoliere sarà stato inciso da un ungiaschese che volle avere anche nel luogo di residenza e lavoro estivo il proprio passatempo preferito. Ma come già segnalato da Gavazzi, il gioco dìi pévèr e dul lüv non era conosciuto solo agli abitanti di Ungiasca. E ciò è confermato dal ritrovamento di un altro tavoliere, questa volta a Montorfano di Mergozzo, località ben nota per le cave di granito e l’abilità dei suoi scalpellini. Nello spazio davanti alla chiesa romanica del villaggio, a destra, due gradini conducono nella corte di un’abitazione privata. Su uno di questi gradini si vede il nostro tavoliere, in parte coperto dal gradino soprastante e pertanto non nella sua collocazione originaria.

Il gioco delle pecore e del lupo era inoltre diffuso in altre regioni italiane. Come gentilmente segnalatoci da Carlo Gavazzi, in Lavoro, giochi e tradizioni di tempi lontani [5], pregevole opera interamente dedicata a Farnocchia, frazione di Stazzema (provincia di Lucca), Giuseppe Bertelli dedica un breve capitolo a “I giochi detti degli incisi”, ovvero ai giochi con pedine che venivano praticati nelle Alpi Apuane su tavolieri graffiti su strutture architettoniche in pietra o, assai più raramente, sulla roccia. Egli scrive: «Durante la bella stagione questi giochi erano praticati dai ragazzi che se ne stavano seduti o a cavalcioni sul muretto e poiché non avevano a portata di mano le pedine bianche e nere, al loro posto usavano dei sassetti e dei pezzetti di stecco».

Il tavoliere del gioco del lupo è costituito, come quelli di Ungiasca, Corte Vanetti e Montorfano da cinque trie, con disposizione però non a croce: quattro formano un quadrato (come nell’alquerque), la quinta (al cui centro è la “Casa del lupo”) è in posizione asimmetrica lungo uno dei lati.

Sempre Gavazzi ci segnala un tavoliere, a Colonnata, frazione di Carrara, che i vecchi del paese confermano essere servito per il gioco del lupo, in cui una seconda tria in posizione opposta alla prima rende simmetrico lo schema; non è chiaro come ci si giocasse.

Durante le ricerche nella Toscana settentrionale (province di Massa Carrara, Lucca, Pistoia e Pisa) Carlo Gavazzi ha rinvenuto o avuto notizia di settantanove tavolieri (non tutti ancor oggi esistenti) incisi su marmo cipollino, marmo bianco e arenaria grigia. Fra essi quelli per il gioco del lupo sono solo nove, oltre a quello anomalo di Colonnata. Tre si trovano a Collodi Castello, frazione di Pescia (Pistoia), e tre a Farnocchia [6]. Ad essi vanno aggiunti quello pubblicato nel volume di Bertelli, su un muretto di Muline (altra frazione di Stazzema) asportato dall’alluvione nel 1995, anche qui con filetto e gioco del lupo sul medesimo piastrone, e quello fotografato da Giorgio Citton ad Arni (ancora una frazione di Stazzema) su un frammento di marmo dapprima reimpiegato in una casa e poi scomparso.

Lo schema del gioco è presente anche nelle regioni del Nord-Est. In Trentino a giocarci erano i boscaioli, che incidevano il tavoliere su legno, come nel caso segnalato sulla pubblicazione Un fiume di legno [7]. A Venezia, invece, sono muri, lastre in pietra, colonne del Fondaco dei Tedeschi, oggi conosciuto come Palazzo delle Poste, ad essere incisi da segni particolari e a volte curiosi: si tratta per lo più di marchi corporativi, ma notevole è anche la presenza di filetti (15), alquerque (2) e dello schema da noi conosciuto come “delle pecore e dei lupi” (2) [8].(Vedasi scheda in questo sito, n.d.w.).

Il Fondaco, situato vicino al ponte di Rialto, lungo il Canal Grande, era un magazzino per mercanti stranieri e fin dagli inizi fu destinato esclusivamente ai tedeschi, ma poi furono ospitati anche austriaci, ungheresi e popolazione dell’Europa del Nord. La legislazione mercantile della Serenissima stabiliva che tutte le mercanzie tedesche in entrata nel Veneto, dovessero affluire a Venezia e venire depositate nel “fontego”, ove venivano controllate, pesate e quindi immagazzinate in attesa delle quotidiane contrattazioni. La presenza di giochi incisi fa intuire che tra una attività lavorativa e l’altra si cercasse di occupare il tempo libero in qualche modo. Una serie di passatempi, semplici e di poco conto forse in confronto agli elaborati giochi di società usati da nobili, mercanti, classi colte le quali ricorrevano a eleganti scacchiere, raffinati mazzi di carte e sofisticati antesignani dei moderni e tecnologici giochi di ruolo. Proprio perché scolpiti nella pietra e al contempo nell’immaginario dei bimbi di tutte le età e di tutti i tempi, quelle semplici tavole, quegli essenziali tavolieri, gli spartani mulinelli e filetti furono destinati al pari e più di quegl’altri eleganti giochi a durare e a trasmettersi intatti sino a noi, per la nostra gioia di studiosi... e – perché no? – di appassionati giocatori.

 

Note:

1-D. Piolini, Tavole-mulino presso la chiesa di S. Fabiano a Suna, in «Verbanus» 7-1986, pp. 323-328; N. Chiovini, Ungiasca perduta, in «Verbanus» 9-1988, pp. 351-374. In Ossola filetti e trie erano già stati oggetto di studi ad opera del Gruppo Archeologico di Mergozzo, cfr Aa.Vv., Ossola di pietra, Antiquarium Mergozzo 1978 e A. De Giuli, La pietra del Merler, in «Oscellana» 4-1986, pp. 173-178.

2-C. e L. Gavazzi, Giocare sulla pietra. I giochi nelle incisioni rupestri e nei graffiti di Piemonte

Valle d’Aosta e Liguria, Ivrea 1997.

3-Per una sua biografia e bibliografia consigliamo La vita di Nino Chiovini e i suoi scritti, in «I sentieri della memoria» n. 4 (dicembre 2006), Crodo 2006, pp. 84-88.

4-«In monte de Vrellio», perg. n. 77 in Archivio Capitolare di S. Vittore d’Intra, cfr N.Chiovini, Le ceneri della fatica, Milano 1992, pp. 201-256.

5-G. Bertelli, Lavoro, giochi e tradizioni di tempi lontani, Massarosa 1990, pp. 242-244.

6-C. Gavazzi, L’orso e i suoi fratelli, Biella 2007.

7-Aa.Vv., Un fiume di legno. La fluitazione del legname dal Vanoi e Primiero a Venezia, Tonadico 1994, p. 16-17.

8-F.H. Barbon, I segni dei mercanti a Venezia nel Fondaco dei Tedeschi, Cornuda 2005.

 

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