LA LASTRA DI LUMINO (Canton Ticino, Svizzera): un enigma in fase di decifrazione

(testo di Marisa Uberti, foto di Luca Bettosini)
 

Nel gennaio 2026 il ricercatore ticinese Luca Bettosini, direttore della rivista “Vivere la montagna” e membro del nostro Centro Studi Triplice Cinta, ci ha segnalato l’ennesimo esemplare di tavola-mulino (Triplice Cinta, che abbrevieremo in TC) nel Cantone, frutto delle sue instancabili ricerche in luoghi spesso impervi, ad alta quota e faticosi da raggiungere. L’impegno è però ripagato da ritrovamenti interessanti e stimolanti come quello di cui ci occupiamo in questo articolo. Non si tratta tuttavia di un contesto rupestre richiedente ore di camminate, stavolta! La TC in questione si trova infatti su una lastra epigrafica affissa verticalmente (fig. 1) all’esterno della chiesa di San Mamete a Lumino (fig. 2), comune del bellinzonese posto a 265 m s.l.m. che vanta un passato complesso (invitiamo a leggere la scheda di Bettosini nel nostro sito).

Fig. 1. La lastra collocata nell’atrio della chiesa di S. Mamete a Lumino. Si notino diverse incisioni sulla superficie, analizzate in questo articolo. In questo fotogramma  stato evidenziato lo schema della TC

E’ un esemplare con diagonali, eseguito con strumenti idonei a scalfire la pietra calcarea, di aspetto armonico, scolpito rispettando una certa proporzione tra i quadrati. La sua posizione è prossima al bordo della lastra, non perfettamente allineata con esso; la dimensione è adatta per assolvere la funzione ludica. La tecnica – tutt’altro che superficiale – la si riscontra in quei tavolieri fatti per durare nel tempo. Tutto concorre a farci ritenere che questo schema sia stato il classico gioco del filetto o del mulino ma sorge un problema: una tavola-mulino non è giocabile se posta in verticale.  La posizione attuale del manufatto non era però sicuramente quella originaria e solo da quando la lastra è stata raddrizzata, la funzione ludica può dichiararsi esclusa. Ma prima? Dove si trovava il manufatto? E perché è nel contesto chiesastico? Già sulle prime sono iniziate le curiosità, che si sono moltiplicate leggendo la scheda di Bettosini e osservando con calma le foto del reperto.

Fig. 2. La chiesa di S. Mamete a Lumino

Bisogna sottolineare che quando il ricercatore si è trovato di fronte questo manufatto, non ne conosceva l’esistenza e i primi dati che ha raccolto sono stati ricavati dalla valutazione diretta: una lastra accuratamente lavorata, con i bordi sagomati (misure circa 225 x 92 cm x 20 di spessore). Sulla superficie alquanto usurata (poi vedremo i motivi) ha visto immediatamente la tavola-mulino, che misura circa 20 x 20 cm, incisa profondamente; ha scorto poi nell’immediatezza un’iscrizione mutila lungo i lati lunghi e altri segni incisi. In particolare ha notato il disegno di un edificio sul lato corto, accompagnato da una data e un sole. A freddo ha poi cercato informazioni sul paese, sul contesto e ha trovato una fonte documentale, che riportiamo integralmente: “Tavolo – altare in pietra calcarea della regione Un pregevole lavoro artigianale del luogo. Misura cm 200 x 80 x 20 cm di spessore. Ha bordi sagomati a due sbalzi. Certamente già nell’antica chiesa di Lumino fino all’epoca dei lavori d’ampliamento della stessa, iniziati nel 1525. Su un lato, nello spazio di spessore della pietra, trovasi, a rilievo, lo stemma della famiglia decuriale dei de Capo. Due sacchi con l’aperura in alto ad indicare la continuità della discendenza. Non c’è dubbio che sia stato l’altare della chiesa primitiva. Le incisioni ai bordi longitudinali, anche se molto logorati dall’usura dei secoli, lasciano intravvedere molto chiaramente su un lato: IC MENSA …I IND ….. : e sull’altro lato: … ROE … NTI … VITAM (la mia costatazione è del 1959). Un’opera che va custodita nella forma migliore e messa più in vista in luogo adeguato” (da De Gottardi, Marco, “Cenni storici su Lumino, Castione e Monticello”, Arti Grafiche Bernasconi & C0 – Agno, 1980, p. 291). L’autore, in detta pubblicazione, ha mostrato anche un’ immagine della lastra quand’era utilizzata come un tavolo (con panche attorno), fig. 3.

Fig. 3 (da De Gottardi, 1980)

Stando a De Gottardi si tratta nientemeno che di una antica lastra che fungeva da mensa d’altare nella primitiva chiesa di S. Mamete, ubicata dove adesso c’è l’attuale. A parte le parole sui bordi longitudinali (che analizzeremo in dettaglio tra poco) l’autore nulla dice dello schema del filetto inciso né di altri segni che oggi osserviamo: come mai? Forse, secondo chi scrive, perché non esistevano nel 1959. Potrebbero essere stati eseguiti successivamente ma… andiamo con ordine e cerchiamo di trovare i tasselli di questo puzzle per poi ricomporli e formulare un’ipotesi plausibile. Il reperto sarebbe stato tolto dall’interno della chiesa verosimilmente nel 1525 (come tramanda de Gottardi); dovette essere sconsacrato[i] e riutilizzato con funzione di tavolo, come attesta la foto del 1959. Tuttavia non sappiamo esattamente il “cammino” della lastra tra il momento in cui smise la sua funzione di mensa d’altare e quello in cui “ricomparve” come tavolo profano. Si tratta di alcuni secoli in cui regna il silenzio su questo, perlomeno fino a che troveremo nuove informazioni documentali. De Gottardi lo vide nel 1959 e auspicava gli si desse un’altra collocazione “in luogo adeguato”. Desiderio che è stato esaudito poiché l’ex sacro monolite è stato sottratto all’uso profano, tolto dalle intemperie e raddrizzato, montato su dei supporti e collocato sotto il portico meridionale della chiesa di S. Mamete. Quando abbiamo letto queste informazioni, abbiamo pensato che la TC potesse essere stata incisa proprio quando il tavolo si trovava in orizzontale; così dicasi per l’incisione dell’edificio sul lato corto, che rappresenta una chiesa e - a rinforzo di questa supposizione cronologica – è venuta in aiuto la data scolpita (1974) e soprattutto la testimonianza di un amico di Bettosini, il ricercatore Ely Riva il quale ha riferito di aver visto direttamente la persona che, nel 1974, ha realizzato il petroglifo. Esso rappresenterebbe la facciata della chiesa stessa e il suo campanile (fig. 4). Il sole che è inciso accanto, però, non è mano della stessa persona ed esisteva già prima. A quando risalga non è dato sapere.

Fig. 4

Proseguendo con la lettura del testo di de Gottardi siamo rimasti un po’ sconcertati perché la sua rilevazione del 1959 (come egli specifica) non gli consentì di leggere meglio l’epigrafe che corre sui due lati lunghi del tavolo, potendo soltanto riportare le seguenti parole: IC MENSA …I IND ….. : e sull’altro lato: … ROE … NTI … VITAM. Oggi, invece, siamo riusciti a decifrare l’intera iscrizione. Un fatto curioso, se si pensa che generalmente è il contrario: più passa il tempo e più un reperto esposto alle intemperie si logora e alla lunga diventa illeggibile. Nell’attesa di risolvere questo apparente mistero, il contenuto dell’epigrafe è importante perché aiuta a contestualizzarla e a capirne l’effettiva funzione, trattandosi di una frase di agostiniana memoria. Non si riesce a leggerla integralmente perché alcune parole sono del tutto scomparse ma ne rimane una parte sostanziale: partendo dall’inizio della frase (attualmente, con la lastra verticalizzata, dobbiamo guardare sul lato lungo sinistro) leggiamo QVISQVIS AMAT DICTIS ABSENTVM RODERE VITAM, che prosegue sul lato lungo opposto e leggiamo (da sinistra a destra): HANC MENSAM INDIGNAM NOVERIT […] (fig. 5). Le ultime due parole non si leggono ma la frase è esauriente e dovrebbe terminare con ESSE SIBI. Questo lo sappiamo perché l’iscrizione è celebre: fu coniata da Sant’Agostino da Ippona (364-430 d.C.), dottore della chiesa, filosofo, teologo, monaco e mistico, considerato il maggiore rappresentante della patristica occidentale. Notare: L’infinito rodĕre si potrebbe rendere con il nostro “rosicare”, nel senso di “parlare male”, soprattutto per invidia; il topo rovina ciò che morsica[ii].

Fig. 5. La lastra nella sua posizione attuale e l’epigrafe che corre sui due lati lunghi. All’esterno dell’immagine la nostra trascrizione dell’iscrizione

Un amico e discepolo di Agostino, Possidio, ne raccolse la biografia e ci ha tramandato l’elenco di tutte le sue opere. Nella “Vita Sancti Aurelii Augustini, hippponiensis episcopi”, auctore Possidio Calamensi episcopo”[iii] (Vita di Sant’Aurelio Agostino, Vescovo di Ippona, Autore Possidio, Vescovo di Calama[iv]), parte II, Mores Sancti Augustini describuntur (la morale di Sant’Agostino è descritta, cc. 19-27) leggiamo: “In causis audiendis quomodo se gesserit Augustinus. Partes, facta opportunitate, docet quae ad aeternam vitam spectant. Merces operae iudiciariae (Come Agostino si comportava nelle cause. Quando si presentava l'occasione, insegnava alle parti ciò che riguardava la vita eterna. La retribuzione del lavoro giudiziario).

In vestitu et victu qualis fuerit Augustinus (Come si vestiva e come mangiava Agostino)

Punto 22. 6: Sed et hospitalitatem semper exhibuit. Et in ipsa mensa magis lectionem vel disputationem, quam epulationem potationemque diligebat. Et contra pestilentiam humanae consuetudinis in ea scriptum ita habebat:

Quisquis amat dictis absentum rodere vitam,
Hanc mensam indignam noverit esse suam.

Et ideo omnem convivam a superfluis et noxiis fabulis sese abstinere debere admonebat.

Trad.: 22. 6. Ma egli mostrò sempre anche ospitalità. E a tavola amava leggere o discutere più che banchettare e bere. E contro la pestilenza delle consuetudini umane aveva scritto così:

Chi ama rosicare la vita degli assenti,
sappia che questa tavola non è degna della sua.

E perciò ammonì ogni ospite ad astenersi da storie inutili e dannose. Questa frase sarebbe stata fatta scrivere nella sua mensa conviviale della città di Hippo Regius, provincia del Nord Africa (Ippona Regia, l'odierna Annaba in Algeria), dove Agostino servì come vescovo dal 395-396E fino alla morte, avvenuta nel 430 d.C. Egli abitava e operava all'interno del complesso episcopale della città e lì fondò un monastero per chierici, vivendo in comunità, dedicandosi alla preghiera, allo studio e al ministero episcopale.

La versione di J. P. Migne[v] riporta la frase latina con SIBI come ultima parola (esattamente come sulla tavola di Lumino):

Quisquis amat dictis absentum rodere vitam,
Hanc mensam indignam noverit esse sibi

Essa viene interpretata comunemente con il seguente significato

Chi ama criticare la vita degli assenti,

sappia che questa mensa non è degna per lui

Agostino amava parlare con i commensali ma era refrattario alle discussioni sterili e perciò “ammoniva ogni ospite ad astenersi da favole e detrazioni superflue e dannose”. Possidio informa che: “Talvolta rimproverava così duramente alcuni dei suoi più intimi colleghi vescovi che avevano dimenticato quella Scrittura e si esprimevano contro di essa, tanto che egli disse che o li avrebbe tolti dalla tavola, o che lui stesso si sarebbe alzato da metà pasto per tornare nella sua stanza. Cosa che io e altri che erano presenti a quella tavola abbiamo sperimentato”. Da testimone oculare quale fu, Possidio ha trasmesso esperienze vissute direttamente.

San Bernardino da Siena (1380-1444), celeberrimo teologo francescano predicatore del XV secolo, ebbe a trattare l’argomento, che è contenuto nel volume I de Le Prediche volgari di San Bernardino da Siena dette nella Piazza del Campo l’anno MCCCCXXVII[vi]. Leggiamo: “VI. In questa sesta predica si tratta de' detrattori con bellissimi essempli. Terzo offizio sì è che divorano i detrattori, imperò che parlando male d' altrui è uno divorarlo”. Il testo prosegue biasimando costoro e specifica: “E però dico che ciascuno. si guardi da questi tali vizî. Doh! ode quello che santo Agustino aveva a una sua mensa dove elli mangiava, là dove vi fece fare questi due versi a lèttare grosse, che dicono così:

Quisquis amat dictis absentum rodere vitam. Hanc mensam indignam noverit esse sibi.

E’ pertanto innegabile che la frase sulla lastra di Lumino riproduca il distico agostiniano e resta da capire se essa fosse realmente una mensa d’altare come scrisse de Gottardi (cit., 1980) o provenisse da altrove.

Fig. 5a. Lastra ruotata di 90°: così doveva presentarsi quando era in posizione orizzontale e serviva come presunta mensa d’altare (poteva esservi l’epigrafe ma non la TC né il disegno della fig. 4, eseguito nel 1974)

La scrivente e altri valenti amici del nostro Centro Studi hanno espresso un’opinione a tal proposito. Secondo la d.ssa Sabrina Centonze potrebbe essere stata la lastra di un refettorio monastico, facendo notare che “Se fosse stata una mensa d’altare, la pietra sacra per le reliquie avrebbe lasciato una traccia”.  Sulla medesima lunghezza d’onda è lo storico verdellese Riccardo Scotti:L’ipotesi che si trattasse di un altare, a mio parere, è molto improbabile. […] nella lastra manca la “pietra sacra”, che era fondamentale per sacralizzare la mensa e permettere che vi si celebrasse la messa. Questa “pietra sacra”, fin dall’epoca paleocristiana (e fino ai nostri giorni), era incastonata e livellata nel piano della mensa e conteneva alcune reliquie sacre[vii]. La tavola in esame non presenta aperture di sorta sulla sua superficie né le caratteristiche croci di consacrazione ai quattro angoli. Non possiamo escludere le parole di De Gottardi (il quale deve avere tratto la notizia da una fonte bibliografica, che non conosciamo al momento) ma possiamo nutrire dubbi e formulare l’ipotesi che la lastra non fosse una mensa d’altare ma si trovasse in un refettorio monastico. Occorrerebbe un ulteriore fondamentale dato: l’epoca della sua realizzazione. A nostro avviso è da collocarsi dopo la fondazione di un ordine agostiniano nel territorio bellinzonese. L’Ordine Agostiniano[viii] fu ufficialmente costituito nel 1244 basandosi sulla Regola di S. Agostino (il pontefice attuale è, per la prima volta nella storia della Chiesa, un frate agostiniano). Il già citato R. Scotti ci invita ad intraprendere una ricerca su possibili cenobi agostiniani o di altro ordine nel territorio bellinzonese, al fine di verificare se la lastra possa provenire da uno di essi. “Confermato questo testo (il distico, n.d.r), è assai probabile che all’origine la lastra fosse utilizzata come tavolo da pranzo in un monastero agostiniano, ma anche di altro ordine ecclesiastico maschile o femminile, oppure in un contesto sacerdotale diocesano. A tale proposito, sarebbe interessante verificare se nella zona esistevano monasteri o conventi e, inoltre, dove era collocata questa lastra precedentemente all’attuale collocazione[ix]. In questa ricerca potranno esserci d’aiuto gli studiosi locali, nonché Luca Bettosini e Francesca Reichlin, splendida studiosa conosciuta nel giugno 2025. Dal canto nostro, una veloce ricognizione sui cenobi di matrice agostiniana ci ha permesso di appurare che uno dei più celebri è il Convento di Monte Carasso delle monache agostiniane, fondato nel 1450 e oggi trasformato in un importante centro comunale che ospita diversi enti pubblici e religiosi. A Orenno, sempre sul Monte Carasso[x], sorgeva un convento agostiniano (raso al suolo nel 1952) dal 1450, sul luogo di un Oratorio già esistente dall’XI o XII secolo dedicato a S. Girolamo e solo successivamente anche a S. Bernardino. Fu appunto nel 1450, con la fondazione del convento, che alla chiesa venne aggiunta la titolazione anche al santo senese. Nel 1516  il comune di Bellinzona concesse benefici economici a una comunità di suore agostiniane di Santa Elisabetta dipendente dalla  chiesa di San Biagio a Ravecchia (Bellinzona), dando così riscontro ufficiale della presenza delle monache nella zona. Il convento, però, nel 1859 fu soppresso[xi]. Questo inesaustivo elenco potrà allungarsi ed estendersi ad altri monasteri oppure qualcuno, leggendoci, potrà aiutarci a focalizzare meglio la provenienza di questa lastra, che costituisce un importante pezzo di storia non solo di Lumino. Anche la conferma che sia stata effettivamente l’antica mensa d’altare di S. Mamete ci darebbe soddisfazione! Analizziamo ora quanto abbiamo identificato sulla lastra passo per passo: l’epigrafe agostiniana lungo i due lati lunghi; la TC con diagonali vicino al bordo sinistro; un segno inciso da interpretare (marchio del lapicida?), evidenziati nella fig. 6. Passando al lato corto smussato, che doveva essere quello destro (ce lo dice l’andamento della frase), esso oggi si trova superiormente. Attenzione: nella nostra foto abbiamo ruotato l’immagine di 180° (rispetto alla collocazione del manufatto) per poter illustrare le incisioni, che furono realizzate quando il tavolo era già in orizzontale e si capisce proprio osservandole (fig. 7). Accanto all’edificio/chiesa che reca la data del 1974 e di cui abbiamo già parlato, c’è un sole raggiato che era già presente. Spostandosi leggermente più a destra si vedono alcune lettere sbiadite su più righe: A […] V […], sotto HIC […] M […] e al di sotto alcuni numeri romani (?). Da approfondire.

Fig. 6

Fig. 7

Spostando lo sguardo ancora più a destra, all’estremità del bordo praticamente, emerge alla vista un altro paio di incisioni, al momento non interpretabili (fig. 8 e fig. 9).

Fig. 8

Fig. 9

Adesso che le incisioni maggiormente visibili sono state evidenziate, le riassumiamo nella fig. 10.

Fig. 10

Tra le righe del breve testo di de Gottardi ci sono alcune informazioni che devono ancora trovare una rispondenza. Le misure della lastra, ad esempio, non corrispondono a quelle rilevate da Luca nel gennaio 2026, che ha fornito le seguenti dimensioni 225 x 92 cm x 20, mentre de Gottardi scrisse che misurava 220 x 80 x 20 cm. Possono sembrare piccole differenze ma vanno giustificate (purtroppo De Gottardi nel frattempo è morto e sarà difficile trovare risposte). Un altro dettaglio che ci sembra molto importante è la presenza di uno stemma che, secondo lo scrittore, si dovrebbe trovare su un lato, nello spazio di spessore della pietra:  “Su un lato, nello spazio di spessore della pietra, trovasi, a rilievo, lo stemma della famiglia decuriale dei de Capo. Due sacchi con l’apertura in alto ad indicare la continuità della discendenza. Non c’è dubbio che sia stato l’altare della chiesa primitiva”. E’ una descrizione precisa: ci dice a chi apparteneva lo stemma e come era composto; inoltre aggiunge subito dopo che non v’è dubbio che la lastra sia stata la tavola d’altare della chiesa. Sembra di capire che la presenza dello stemma dei De Capo sul manufatto lo colleghi definitivamente alla funzione sacra rivestita nella chiesa primitiva. Abbiamo cercato di risalire alla storia medievale della chiesa di S. Mamete a Lumino ma, per ora, non è emerso il collegamento con la casata dei De Capo, di cui non abbiamo nemmeno trovato citato il nome in qualche documento online. Né abbiamo trovato traccia del loro stemma. Ciò che abbiamo trovato nel portale del Patriziato Bellinzonese (Fondazione Patriziato Bellinzona) è stata una famiglia Sacco o Sacchi (Mesolcina), che nello scudo bipartito (rosso e giallo) reca due sacchi (giallo su fondo rosso e rosso su fondo giallo). Naturalmente poco c’entra ma nella breve descrizione si legge: “Abitarono a Bellinzona in più riprese, membri dei Sacco, signori di Mesolcina, che riuscirono anche, per pochi anni, ad essere signori di Bellinzona. Dei Sacco vennero però anche da altre parti e i loro nomi si confusero; i Sacchi attuali, vengono da Lodrino. Altri non ebbero una diretta derivazione dei Sacco mesolcinesi, in quanto derivano dai Cappo di Castione, famiglia che sembra però derivata dai Sacco. Agli inizi del Cantone diedero Carlo Sacchi, particolarmente benemerito nelle magistrature. Ebbero sacerdoti, notai, un cancelliere; il can. Carlo Francesco fondò l’Asilo infantile della città[xii]”. Esprimiamo un dubbio: i Cappo citati potrebbero essere i De Capo menzionati da De Gottardi? A volte i cognomi venivano declinati in modo variegato, come è noto a chi si occupa di genealogia o araldica. Quei Cappo – che sarebbero derivati dai Sacco (o avrebbero fatto derivare un ramo Sacco?) - erano di Castione e sappiamo che Lumino era unita a Castione; lo stesso Bettosini nella sua scheda ci informa che “Lumino e Castione costituivano un’antica vicinanza, documentata come territorio di Legumino et de Castilioni già nel XIII secolo”. Lo stemma dei De Capo – scrive de Gottardi – aveva due sacchi aperti nello scudo, a simboleggiare la continuità della discendenza. Che probabilmente si dev’essere invece fermata. Se almeno sapessimo di quale periodo si sta parlando, quando era usato quel blasone? Purtroppo non siamo riusciti a rintracciarlo negli Stemmari che abbiamo consultato. Ritornando a osservare la fotografia laterale della lastra, con l’aiuto del già citato amico, l’architetto Riccardo Scotti, forse lo stemma di cui parla De Gottardi c’è! Si vede un “tassello” centrale (sul lato lungo sinistro, fig. 10a e 10b) che comprende tutto lo spessore della lastra; sembrerebbe avere la forma di uno scudo sannitico[xiii]. Al momento non riusciamo a capire se all’interno vi siano elementi iconografici (dovrebbero esservi i sacchi aperti in alto, come descritto da De Gottardi); potrebbe essere interessante approfondire. Per ora lanciamo uno stimolo a chi è del posto ad indagare sulla enigmatica famiglia De Capo e i legami con questa chiesa.

Fig. 10a

Fig. 10b

A questo punto abbiamo ancora qualcosa che ci sembra interessante mostrare: un paio di casi in cui la frase di agostiniana memoria è stata utilizzata. Il primo è un affresco del XVIII secolo (fig. 11 e 11a) situato nel monastero agostiniano di Borovany, nella Repubblica ceca ai confini meridionali con l'Austria. Il monastero fu costruito nel 1455; dopo la soppressione e l’allontanamento dei monaci, rimane la parte nobile con bellissime sale adibite a museo e la chiesa. L’anonimo autore (denominato “maestro di Borovany”) dipinse in nove riquadri storie della Vita di S. Agostino e due leggende, tra il 1760 e il 1770 appositamente per il refettorio dei monaci agostiniani. “ La scena mostra una sala da pranzo, con un grande tavolo centrale, dove è apparecchiato un pasto frugale. Sei persone sono sedute, tre per parte a destra e a sinistra della figura di Agostino che è ritto in piedi centralmente.  Indossa gli abiti religiosi dei Canonici e con l'indice della mano destra indica una scritta sopra la sua testa. Come ricorda Possidio, l'aveva fatta scrivere nella sala da pranzo del monastero per evitare inutili e dannosi pettegolezzi. Sant'Agostino aborriva tanto i detrattori quanto le mormorazioni, a tal punto che nella sala dove si mangiava aveva fatto scrivere queste parole:

QUIS QUIS AMAT DICTIS ABSENTIUM RODERE VITAM

HANC MENSAM VETITAM MOVERIT ESSE SIBI.

E cioè: Chiunque crede di poter far pettegolezzi (rosicchiare) sulla vita degli assenti sappia che non è degno di mangiare a questa mensa[…][xiv]”.

Fig. 11. Il ciclo di affreschi con le storie di S. Agostino  del monastero agostiniano di Borovany (Rep. Ceca). Al centro, la tavola in cui S. Agostino in piedi tra sei commensali indica la famosa frase

Fig. 11a. La scena potrebbe unire la figura di S. Agostino a quella del prevosto Zikmund (+ prima del 1464) che nel marzo del 1461 venne a Borovany con sei fratelli canonici agostiniani e fondò la prima canonica locale

Il secondo esempio che vogliamo presentare e che forse ai nostri lettori può risultare ancora più sconosciuto è quello proveniente dall’attuale cittadina di Omiš in Croazia, sulla costa della Dalmazia meridionale a sud di Spalato e a qualche decina di chilometri dall’antica Salona. Nonostante sia in frammenti, l’epigrafe è stata ricostruita e riconosciuta dagli studiosi come il distico agostiniano (fig. 12), preceduto da una croce. Sorprende la precocità del reperto, datato tra il 450 e il 600 d.C.! Tenendo conto che Agostino morì nel 430, si resta stupiti di come la sua fama dovesse già essersi diffusa dall’altra parte del Mediterraneo. Questi frammenti di pietra sono stati scoperti nella città di Oneum (oggi Omiš)  ma certamente non dovevano appartenere a un monastero agostiniano! A quale contesto, allora? Non siamo riusciti a stabilirlo. Sulla pagina FB che ha pubblicato questo reperto[xv] si legge, riferendosi a S. Agostino: “La sua influenza si estende oltre la teologia cristiana in settori come filosofia, psicologia e letteratura, rendendolo uno dei pensatori più duraturi e influenti della storia occidentale”.

Fig. 12.  I frammenti paleocristiani si trovano attualmente al Museo Archeologico di Spalato (crediti fotografici: Epigraphic Database Heidelberg[xvi]). Le parti mancanti sono state integrate e messe nelle parentesi quadre nel testo che segue:

 † Quisqu[is] amat d[ictis absentium rodere vitam]

hanc m[e]nsam in[dignam noverit esse sibi]

La lastra di Lumino si sta rivelando una straordinaria traccia archeologica e non solo, avendo sconfinato in diverse discipline, come richiedeva fare. Auspichiamo di poterci recare in loco prossimamente, sarebbe importante (dopo la teoria!). Pensare che tutto è nato perché vi è incisa la Triplice Cinta altrimenti, forse, Luca Bettosini non ci avrebbe mandato le sue eloquenti foto e questa ricerca non sarebbe mai iniziata. Ma chi può saperlo? Le cose non accadono mai per caso, dicono…

  • Si ringraziano: Luca Bettosini per tutte le immagini e la disponibilità dimostrata; l’arch. Riccardo Scotti per le sue amichevoli e competenti “consulenze” tecniche; la d.ssa Sabrina Centonze  e, fin d’ora,  coloro che vorranno fornire ulteriori informazioni documentali a questa ricerca.


[i]La sacralità conferita ad una mensa d’altare attraverso un preciso rituale poteva nuovamente annullarsi (esacrazione) nel caso di una evidente devastazione dell'altare stesso o di una separazione arbitraria della mensa dal sostegno, con conseguente violazione della confessione o, per finire, a causa di assassinii o spargimenti di sangue avvenuti presso l'altare; esacrazioni del genere rendevano necessaria una nuova consacrazione (Enciclopedia Treccani)

[iv] Calama era in Numidia, attuale Algeria

[v] Jaques Paul Migne (1800- 1875), Patrologia Latina (Patrologiae, S. Augustinus, Tomus, XLII, 1843 e basata principalmente sulla Vita scritta da Possidio (suo discepolo), testo digitalizzato al seguente URL:  https://catholiclibrary.org/library/view?docId=/Fathers-OR/PL.032.html;chunk.id=00000063

[vi]LE PREDICHE VOLGARI DI SAN BERNARDINO DA SIENA DETTE NELLA PIAZZA DEL CAMPO L' ANNO MCCCCXXVII ORA PRIMAMENTE EDITE da LUCIANO BANCHI, Volume Primo. SIENA. Tip. Edit. all'inseg. di S. Bernardino. MDCCCLXXX, p.158, digitalizzato al seguente URL: https://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/Le%20prediche%20volgari%20di%20San%20Bernardino,%20vol.%201.pdf

[vii] Comunicazione epistolare, gennaio 2026

[viii] Ordo Fratrum Sancti Augustini), già detto degli eremitani di Sant'Agostino (in latino Ordo Eremitarum Sancti Augustini; sigla O.E.S.A.

[ix] Comunicazione epistolare, gennaio 2026

[x]Parrocchia del Monte Carasso e le sue splendide chiese: https://parrocchia-montecarasso.ch/index.php/chiese

[xiii] Nell’araldica francese del sec. 16°, e anche in quella italiana, definisce uno scudo d’arme che meglio si presta, per la forma, ad accogliere le figure araldiche; i cantoni superiori sono ad angolo retto, quelli inferiori ritondati, al centro della parte inferiore presenta una sporgenza appuntita (Enciclopedia Treccani)

 

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