III GIORNATA DI STUDI SULLA TRIPLICE CINTA

                                Dal Filetto al Gioco dell'Orso: giocare è una cosa seria!
                                                        Biella, 20-21 Ottobre 2018
 
                                                       (REPORT a cura del Centro Studi Triplice Cinta)
 
 

Si è tenuto sabato pomeriggio, 20 ottobre, il terzo incontro nazionale sulla Triplice Cinta, organizzato dal nostro CSTC e dal DocBi (Centro Studi Biellesi), con il patrocinio del Comune di Biella. La scelta di effettuare questo terzo Convegno proprio nella città di Biella non è casuale ma un tributo ad un territorio che ha visto nascere le pionieristiche ricerche in materia di giochi incisi, che in gran parte si devono all'amico biellese Carlo Gavazzi che vi si dedicò fin dai primi anni '90 del secolo scorso. L'evento è iniziato poco dopo le 14 nell'accogliente Sala della sede del DocBi n Via Marconi 26/A alla presenza di un pubblico non foltissimo ma sicuramente attento e interessato. Ringraziamo in particolare chi è arrivato anche dall'estero e da altre regioni italiane, portando contributi personali interessanti.

Quest'anno, a differenza dei due precedenti, il Convegno si è arricchito di un'escursione mattutina a Forgnengo (comune di Campiglia Cervo, BI), dove i partecipanti hanno potuto usufruire della competenza dell'ing. Carlo Dionisio e del dr. Carlo Gavazzi, i quali ci hanno guidato alla conoscenza dell'antico borgo e delle sue molteplici incisioni presenti su muretti, soglie, sedili di pietra. Chi scrive aveva già potuto visitare la piccola frazione della Val Cervo per documentare i tavolieri ma poterlo rifare con queste guide è stato straordinariamente interessante. Inoltre abbiamo avuto la sorpresa di una nuova Triplice Cinta, scoperta casualmente dai proprietari di una casa del centro storico, che hanno prontamente avvertito il loro parente Carlo Dionisio, conoscendo la sua passione e competenza verso i giochi incisi nel paese. Egli ha quindi provveduto a mostracela e da parte nostra ringraziamo lui e la proprietaria del fondo (naturalmente abbiamo già provveduto ad inserire l'esemplare nel nostro censimento).

Il Convegno ha preso avvio con la presentazione dei lavori da parte del moderatore, il dr. Franco Grosso, che ha spiegato brevemente le finalità del DocBi (di cui è uno dei fondatori) e la struttura dell'incontro, cui hanno aderito come relatori cinque studiosi. Il primo ad esporre la propria conferenza è stato Carlo Gavazzi, medico dentista biellese, da moltissimi anni impegnato nella ricerca, documentazione e pubblicazione di incisioni rupestri del territorio (e non solo). La sua trattazione ha avuto per titolo "I giochi incisi nel Biellese: molti filetti, qualche enigma e un simpatico orso", durante la quale ha mostrato la ricca collezione di esemplari da lui stesso scoperti nel biellese, per un certo periodo accompagnato dal figlio Luca. Inoltrandosi nelle solitarie valli prealpine, in alcuni paesini che vanno via via spopolandosi, ha documentato -nel corso del tempo- numerose incisioni e, nella fattispecie, tavolieri del tipo filetto, lupo e pecore e il curioso schema circolare del Gioco dell'Orso, situato sulla cosiddetta "pietra dei tre giochi" di Forgnengo, una frazione di Campiglia Cervo.

La Valle Cervo possiede la maggior parte dei tavolieri. Il piccolo borgo di Forgnengo  fa la parte del leone (nel nostro database trovate le relative schede, n.d.r.): troviamo una Triplice Cinta in via Roma 16 (recentemente ripassata da qualcuno con mazza e scalpello, prassi da evitare), quella di via Roma 10 all’interno di una cantina, le tre TC e la duplice cinta sul muretto della piazza della chiesa (qui una serie di sei piccole coppelle potrebbe aver avuto scopo ludico), il gioco della piazza e il gioco della casa (per questi ultimi non si tratta però di tavolieri poiché il gioco consisteva nel percorrere le incisioni con biglie, non si usavano pedine). Di una TC inedita si è venuti a conoscenza la mattina del convegno. Infine, la già citata Pietra dei tre giochi sulla quale, oltre al Gioco dell’Orso, che di recente ha dato nome alla piazzetta in cui la pietra è sita, vi figurano una duplice cinta e un tavoliere cruciforme simile a quello del gioco dei lupi e delle pecore di Ungiasca ma, a differenza di questo, privo delle mediane dei cinque quadrati che lo costituiscono, i quali hanno solo le diagonali. 

Un'altra Triplice Cinta della Valle Cervo è in località La Balma (ora in comune di Campiglia Cervo e non più di Quittengo) e una testimone riferisce di avervi giocato fino agli anni Settanta, usando pietre come pedine. Un’altra è all’Alpe Dasé e una, in anni recenti ripulita, è lungo la mulattiera a monte di Rosei, entrambe in comune di Piedicavallo. In quest’area e nello stesso comune vanno aggiunte all’inventario due nuove incisioni segnalate e fotografate da Marina Boggio Marzet, ricercatrice che risiede a Oriomosso, altra borgata dell’alta Valle Cervo. La prima è una TC incisa su una lastra di micascisto all’esterno della baita Cecilia (Alpe Montà); misura cm 29 x 22 e, a differenza delle tre precedenti, non ha diagonali.

L’altra, sita a poche centinaia di metri di distanza nella soprastante alpe Pian d’la Vej (luogo noto per una roccia fitta di petroglifi fra cui impronte di piedi e un’impronta di mano), è in posizione verticale sul muro di una baita: è dunque l’unica del Biellese non utilizzabile per giocare. Si tratta di una duplice cinta senza diagonali, di fattura poco accurata e con il quadrato centrale interamente scalpellato, che misura circa cm 18 x 15. Il dr. Gavazzi ha poi proseguito con la proiezione delle Triplici Cinte della Valle di Oropa, che ha due TC, quella dell’Alpe San Bartolomeo (con diagonali, la più grande del Biellese e che, a distanza di due decenni appare essersi completamente “ripresa” dal danno subito quando le venne colato sopra del cemento), e quella del chiostro grande del Santuario di Oropa (senza diagonali). Masserano possiede due TC con diagonali sul muretto antistante la chiesa di Santo Spirito: incise nella tenera “pietra di Rongio” (porfirite quarzifera plagioclasico-biotitica), risultano ormai pressoché invisibili. Per finire, immediatamente fuori dai confini della provincia di Biella, nel castello di Buronzo (VC) una porta lignea che dà sulla strada principale presenta una TC senza diagonali, in posizione ovviamente verticale; anche questa è inedita ed è stata scoperta da Marina Boggio Marzet. Il relatore si è soffermato quindi sul "Gioco dell'Orso" di Forgnengo, di cui è opportuno ricordare alcune caratteristiche, per coloro che non lo conoscono: esso è costituito da due cerchi concentrici divisi in quattro da due diametri perpendicolari nonchè da quattro archi di cerchio simmetricamente disposti a intersecare i diametri stessi e il cerchio esterno; le intersezioni che si contano sono pertanto 21.

Al momento della scoperta di questo schema a Forgnengo (1994), il Gavazzi rimase sorpreso della tipologia (mai vista prima) e ignorava di che cosa si trattasse (lo venne poi a scoprire grazie ad un anziano del posto, che ne ricordava fortunatamente le regole. Per quelle strane trame che il destino intesse, lo schema arrivò all'attenzione del massimo esperto di giochi da tavolo (si era negli anni '90 del XX secolo), il francese Thierry Depaulis, che identificò lo schema come un gioco di immobilizzazione asimmetrico, ovvero appartenente alla categoria di gran lunga più rara (tra le sei possibili), infatti i giochi di immobilizzazione sono assai più rari di quelli di cattura e allineamento; i giochi asimmetrici, inoltre, sono più rari di quelli simmetrici). Secondo il prof. Depaulis, infine, il gioco di Forgnengo si qalificava, per le sue caratteristiche, il migliore a livello mondiale: quello che si presta ad essere giocato divertendosi. Ma come avviene una partita sul tavoliere del "Gioco dell'Orso"? Un giocatore tiene una pedina (orso) e l'avversario tre (i cacciatori). Secondo il testimone più anziano di Forgnengo che i Gavazzi ebbero l'opportunità di intervistare a quel tempo, egli vi aveva giocato in gioventù e ricordava il meccanismo: si partiva con l'orso al centro e i cacciatori occupanti tre delle quattro intersezioni del cerchio più interno.

Muovendo per primo l'orso, il gioco procede con le mosse dell' avversario che si sposta, muovendo a turno le proprie tre pedine, da un'intersezione all'altra cercando di chiudere l'orso impedendogli qualsiasi movimento. E' stato interessante aver potuto, al mattino, recarci a Forgnengo e aver disputato una partita con pedine...viventi, in maniera da assimilare queste regole. In chiusura il Gavazzi ha illustrato il cammino bibliografico sulle incisioni discusse, con particolare riferimento al filetto, partendo dai libri di Scarzella (che, pur con dei limiti, è stato l'ispiratore delle ricerche del relatore) e di altri pionieri (prima di allora nessuno si era interessato della documentazione e classificazione delle incisioni nelle valli biellesi), per arrivare alla sua stessa produzione e a quelle più recenti che ci vedono protagonisti in prima persona. Sottratti al loro isolamento, i giochi incisi nel biellese sono tornati alla ribalta grazie anche ai congressi di archeologia rupestre, in cui sono stati presentati proprio da Carlo Gavazzi, e alla prima delle due mostre itineranti che li hanno divulgati da Pinerolo a Biella, da Oropa a Mezzana, da Verona a Piedicavallo, da Milano al castello di Masino, grazie all’infaticabile opera di Carlo Dionisio e alle intuizioni di Franco Grosso.

Dopo questa vivace e precisa esposizione, il moderatore ha presentato Carlo Dionisio, ex- ingegnere nucleare e aerospaziale, che ha proseguito e integrato la trattazione sul Gioco dell'Orso con una conferenza intitolata "Non solo Triplice Cinta...". Effettivamente nel paesino dove risiede, Forgnengo, si trovano ben 9 filetti (trovate le relative schede nel nostro database, n.d.r.) ma egli ha concentrato l'attenzione sul particolarissimo schema dell'Orso che iniziò a notare nel 2010, quindi svariati anni dopo che i Gavazzi lo avevano documentato e pubblicato. Lo schema si trova sulla cosiddetta “Pietra dei Tre Giochi”, in cui compare insieme ad una Triplice Cinta e al tavoliere del ”Lupo e pecore". Dionisio, pur risiedendo nella piccola frazione, non aveva mai dato importanza a quelle incisioni, ritenendole giochi semplicistici cui più nessuno dava importanza. Sempre per quello strano "caso" che fa sì che nel momento in cui iniziamo ad interessarci di un determinato argomento, tutto sembra "cospirare" positivamente per farci proseguire in quella direzione, il Dionisio cominciò ad assistere ad una serie di episodi che gli imposero, quasi, di ridestare il sonno dell'Orso per riportarlo, con le sue regole, all'attenzione degli abitanti. Ma in primis voleva saperne di più lui stesso!

Foto d'epoca in cui si riconosce la panchina detta "Pietra dei tre giochi" (addossata all'abitazione a destra); la piazzetta (oggi ribattezzatta "del Gioco dell'Orso) è oggi notevolmente cambiata ma i giochi resistono

Scoprì che il DocBi (di cui era membro) aveva già pubblicato un volumetto in merito al Gioco dell'Orso ("L'Orso e i suoi fratelli...", di Carlo Gavazzi), di cui incredibilmente non sapeva e venne anche a conoscenza del fatto che Franco Grosso aveva presentato il gioco, insieme a Laura Zegna, nella manifestazione veronese Tocatì del 2007, durante la quale furono mostrati splendidi pannelli. Dal momento in cui l'ing. Dionisio scoprì tutte queste cose, la sua vita e quella dell'Orso non si sono più divise. La sua curiosità gli ha consentito di approfondire l'argomento anche perchè, navigando in internet, constatava che spesso le notizie si ripetevano, tramandandosi in modo sempre più impreciso con il passare del tempo. Lo studioso iniziò ad interrogarsi  sul perché dell’ incisione proprio in Valle Cervo, ed è una domanda che ha rivolto anche alla platea del convegno. Per cercare di dare una risposta, il relatore ha preso in esame il contesto storico di quelle valli nel ‘600-’700, periodo in cui l'intera valle contava circa 6.500 abitanti.

L'isolamento può essere il principale motivo del cospico numero di tavolieri incisi: niente scuole, niente libri, niente mezzi di comunicazione, pochi divertimenti ma strumenti di lavoro in ogni casa (lo scalpellino era un mestiere comune) ed elevata voglia di socializzazione. Inoltre, molte persone emigravano (il termine usato localmente è "migravano", perchè, per amore del luogo natio, andavano e venivano) e quando ritornavano portavano tradizioni che avevano visto altrove. Arrivò dunque così questo rarissimo esemplare a Forgnengo? Non necessariamente, potrebbe infatti essere autoctono. Bisogna pensare anzitutto alla sua funzione ludica, che è estremamente importante, ha sostenuto Dionisio, ma è in un documento scritto che il ricercatore ha trovato riscontri oggettivi. L’Editto di Piedicavallo (emesso a Biella il 23 Luglio 1818) gli ha aperto un mondo nuovo in cui la figura dell’Orso ha trovato la sua ragion d’essere: in esso si apprende che gli orsi infestavano le contrade al pari dei lupi; chi avesse ucciso un orso riceveva una somma di denaro equiparabile a quella corrisposta per l'uccisione di un lupo di specie ordinaria. L’ orso primeggiava nell’immaginario collettivo, come si può notare anche nella presenza dell’orso negli Stemmi di Biella, della Comunità Montana Vallecervo e in numerosi toponimi del Biellese (ad esempio la squadra di Rugby o il Centro Commerciale "Gli Orsi"). Non c’è da stupirsi allora se nella Valle, oltre al più noto gioco del lupo e delle pecore, qualcuno si sia inventato pure il gioco dell’orso che, con la sua grafica elegante e le sue regole semplici ma ingegnose, interpreta bene lo scenario tattico che appariva ai cacciatori veri nel momento in cui individuavano la belva, dove le linee e le intersezioni rappresentano sul terreno rispettivamente sentieri e bivii dei percorsi dell’orso.

Il gioco inciso a Forgnengo venne dimenticato completamente a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, come avvenuto per la maggior parte dei tavolieri. Carlo Dionisio, dal 2010, ha deciso di recuperarne il valore tradizionale e ha iniziato a diffonderne le regole anzitutto tra gli abitanti, approntando uno schema più grande tracciato per terra, come doveva essere in origine, organizzando tornei con pedine viventi, cosa non facilissima perché le regole hanno dovuto essere messe a punto gradualmente. Lo ha portato nelle scuole di primo grado dei paesi limitrofi, e continua a promuoverlo presso enti, collettività, amministrazioni comunali, con l’intento di sensibilizzare il maggior numero di persone. L’infaticabile Dionisio ha riprodotto l’incisione del Gioco dell’Orso su un masso e su un tavolino della Sella di Rosazza e su un tavolino al Rifugio Lago della Vecchia, dove c’è l’incisione della Vecchia e l’Orso voluta da Federico Rosazza nel XIX secolo.

Il gioco è stato recentemente riprodotto su una pietra insieme ad una Triplice Cinta, a sorpresa, nella Valle delle Meraviglie, sorretto simbolicamente dal Sorcier (mago), ovvero l’incisione storica-simbolo del Parco archeologico dai 35.000 graffiti. Un aspetto molto interessante è che la “pietra dei 3 giochi” di Forgnengo è illuminata dal sole tutto l’anno tranne nel periodo compreso tra il 4 novembre e il 5 febbraio, quando rimane sempre nell’ombra. L’orso è simpatico perché imprevedibile: quando va in letargo si porta nella tana anche il suo gioco, come per dire: senza di me non si gioca.

Dopo questa corposa e stimolante relazione, di cui abbiamo fornito un mero riassunto, il moderatore ha dato la parola al prof. Massimo Centini, che ha presentato un argomento assai importante: “Giocare è una cosa seria. Il Gioco come laboratorio antropologico”. La trattazione ha preso avvio dalla definizione che l’Enciclopedia Treccani fornisce del termine “gioco”: giòco (letter. giuòco) s. m. [lat. iŏcus «scherzo, burla», poi «gioco»] (pl. -chi). – 1. a. Qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini o adulti senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive [… ]. In realtà poi prosegue con un lungo elenco e distinzioni sui vari tipi di giochi e sul loro significato. Ciò dà l’idea di quanto sia complesso il mondo dei giochi, che sono una parte naturale o istintuale dell’essere umano. Nel 1938 Johan Huizinga diede alle stampe Homo Ludens, un libro in cui il gioco venne esaminato come parte fondamentale di ogni cultura dell’organizzazione sociale e l'autore fece osservare come gli animali giochino, perciò il gioco stesso lo si deve intendere come un fattore pre-culturale.

Questo è davvero un concetto molto importante, nell’ottica di inquadrare il gioco nella sua valenza appropriata e non di mero passatempo. L’Archeologia, attraverso gli scavi in tombe e dunque nei corredi funerari, ci informa spesso dei tipi di giochi cui le diverse civiltà erano solite dedicarsi: famosissimo il “Gioco di Ur” (Mesopotamia), ma anche i tavolieri dell’antico Egitto (Senet, il Serpente arrotolato, ecc., che assumevano anche caratteristiche simboliche), quelli ritratti sui vasi greci, quelli incisi sulle pavimentazioni di epoca romana (Leptis Magna o il Litostroto di Gerusalemme, in cui si trova- oltre alla Triplice Cinta e all’Alquerque- anche il “Gioco del Re”, che aveva un risvolto simbolico), per non parlare del “gioco della palla” sudamericano, che coincideva con l’iniziazione di un individuo.

Se analizziamo un dipinto di Bruegel intitolato “Giochi di bambini” (1560), noteremo che sono raffigurati più di 80 giochi messi in scena da gruppi di fanciulli che brulicano nella piazza (non ci sono filetti o i tavolieri di cui ci stiamo occupando); i bimbi hanno volti di adulti e non mostrano alcuna allegria nell’attività ludica. La critica vi ravvede un richiamo all’inutilità delle azioni umane, che si svolgono meccanicamente senza saperne trarre gioia, perché qui i giochi sarebbero l’imitazione della vita degli adulti.

Il tipo di gioco diffuso presso una comunità ci può dare informazioni sulla cultura che lo pratica e qui si sconfina nell’etnografia e nell’antropologia, dove i giochi si esaminano anche dal punto di vista rituale, fondamento di molte civiltà.

Esistono giochi che hanno perso il loro carattere rituale, come ad esempio il Bungee Jumping (salto con l’elastico) il quale, quando arrivò in Occidente negli anni ‘70, fu dapprima considerato illegale e in seguito divenne popolarissimo tra coloro che ricercano stimoli adrenalinici. In realtà questo gioco è un rituale molto antico che si chiama Gkol (o Naghol) ed è nato in Oceania (arcipelago delle Nuove Ebridi). Viene ancora praticato e consiste nel gettarsi da 30 m di altezza (da una torre di legno) con delle liane non nel vuoto ma al suolo, sfiorando con i capelli la terra. Un lavoro millimetrico da cui dipende la propria vita ma non solo: essi fanno questo per la vita della comunità! Già, perché secondo una tradizione la terra diventa particolarmente fertile al tocco dei loro capelli. Il capo del clan di appartenenza supervisiona l’intera preparazione e autorizza l’attività se tutto è pronto alla regola d’arte. Ai nostri occhi si pensa che siano pazzie o tentativi di suicidio ma la realtà è un’altra e sarebbe una prova di coraggio, la celebrazione della felicità e gioia di vivere, nonché dimostrazione di mascolinità. Le donne sostengono con il fischio cerimoniale l’impresa, cantando e battendo ritmicamente, ma si mantengono sullo sfondo della scena, che si svolge nella boscaglia.

Con la sua amabile incisività, il prof. Centini ha sottolineato come molte pratiche ludiche, nate con funzione rituale in determinate culture, se trasfuse in culture diverse possano perdere il loro primitivo senso. Il Gioco, ha continuato il  relatore, può essere anche trasgressione, oppure può avere un risvolto esoterico (Gioco dell’Oca, Tarocchi, ecc.) o essere terapeutico. Ha parlato del libro di H. G. Wells “Little wars”, non tradotto in italiano e pubblicato nel 1913, un manuale in cui sono rigorosamente descritte le regole per un gioco da tavolo che sostanzialmente è quello con i soldatini, ricrea infatti una battaglia con l’uso di soldatini, cannoni, miniature di edifici, alberi (un wargame tridimensionale moderno). Il libro contiene anche una discussione socio-politica e una storia abbastanza ampia del gioco di ruolo. L’autore era un pacifista e i generali, nella sua finzione, erano buffoni incauti ed era preoccupato che scoppiasse la guerra nel suo Paese (cosa che avvenne l’anno seguente alla pubblicazione del libro).

 

Un momento di transizione tra un relatore e l'altro, il bello della diretta...

Dopo la stimolante panoramica del prof. Centini, il moderatore ha dato la parola a Marisa Uberti, ricercatrice e curatrice del Centro Studi Triplice Cinta, la quale ha relazionato sul Significato simbolico della Triplice Cinta. Un argomento non certamente nuovo per coloro che seguono l’argomento, avendolo discusso nei suoi libri e in precedenti conferenze, tuttavia per chi non conosce la tematica ha aperto sicuramente un “mondo”, poiché il filetto è tuttalpiù conosciuto come un tavoliere a pedine. Non si immagina quanti e quali significati possa avere assunto in quei contesti in cui è impossibile giocarvi. Tramite immagini e filmati esplicativi, la Uberti ha messo in evidenza contesti stupefacenti, casi particolarissimi in cui è chiaramente da escludersi la valenza ludica dei soggetti.

Si badi che non si tratta di esemplari su blocchi in verticale, che potrebbero dare adito a rimostranze legittime (il blocco potrebbe essere di reimpiego ed essere stato, in origine, in orizzontale e aver funto da base per il gioco), ma casi –come si è detto – nettamente distinti dalla stragrande maggioranza. E’ convinzione dell’autrice che la Triplice Cinta vada indagata anzitutto nel suo duplice aspetto, ludico e simbolico e che - per quest'ultimo - non abbia avuto un significato univoco. Seppure l'interpretazione richieda cautela e vada analizzato caso per caso, il significato simbolico di quelli mostrati non può essere negato. Ma qual'è questo significato? Come potere essere sicuri delle intenzioni e delle concezioni di chi lo realizzò? Non esiste questa certezza, ma è possibile riflettere sul contesto, sul modello, sui dati disponibili. E interrogarsi, ha ribadito la Uberti. Ad esempio, lo schema adottato come Signum Tabellionis dal notaio bresciano Sobricus tra XV e XVI secolo, può essere equiparato allo stesso schema incassato nella muratura esterna di Chateau-du-Moulin in Sologna (Francia, 1492), il cui lato del quadrato più esterno è di 4,5 metri? A sua volta, questo gigantesco esemplare, fu realizzato con il medesimo intento di quello graffito su un affresco medievale nel Lazio? E perchè un minatore tracciò la Triplice Cinta con la fuliggine, sul soffitto di una delle profonde gallerie sotterranee che stava scavando, nella cava di marna di Caestert (Belgio), insieme a diversi altri soggetti di matrice sacra e profana? Sono soltanto alcuni enigmatici casi in cui la risposta non la può dare nessuno con certezza; compito del ricercatore è analizzare con spirito scientifico ma critico i casi che si presentano all'attenzione per riordinare i tanti casi “simbolici” emersi in vent'anni di catalogazione, tentando di organizzarli in gruppi o insiemi di appartenenza. In base a questa ripartizione, la studiosa ha individuato quattro grandi Gruppi di studio, alternativi al gioco, che sono così schematizzati:

  • Gruppo Esoterico (analizza la TC come supporto magico-rituale, iniziatico, religioso)
  • Gruppo “Professionale” (analizza la TC come “Signum Tabellionis”, come segno di scalpellini/maestri di pietra, segno di riconoscimento)
  • Gruppo Astronomico (analizza la TC in relazione ai punti cardinali e al paesaggio/ relazione con l’archeoastronomia)
  • Gruppo artistico/decorativo (analizza la TC nell’arte, sia quella sacra che profana)

Nel primo gruppo potrebbero trovare collocazione alcuni degli esemplari presenti nel database del nostro Centro: quello (a quattro quadrati concentrici) scolpito profondamente e verticalmente nella parete tufacea delle buie grotte sotto Palazzo Simonetti a Osimo (AN), v. scheda; la bellissima Triplice Cinta scolpita sull'architrave dell'Oratorio di Sant'Andrea a Pratale (fraz. di Lizzola, PT), unico pezzo superstite dell'edificio tardo-trecentesco; quella graffita verticalmente su un affresco della chiesa medievale di S. Rocco/Madonna della Valle di Piglio (FR), sormontata da una croce particolare; il caso, assai sconcertante, delle 80 Triplici Cinte dipinte sul sepolcro quattrocentesco del cavaliere giovannita Jean Grivel, posto nella cripta della chiesa pertinente la Commanderia dell'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni (oggi Cavalieri del Sovrano Ordine di Malta) a Lavaufranche (Creuse, Limousin, Francia).

Nel secondo gruppo rientra il "segno di tabellionato" assunto dal notaio bresciano Sobricus, che contraddistinse tutti gli atti con valore legale che egli rogò durante l'intera sua attività professionale con una Triplice Cinta con diagonali (chiaramente accompagnata da ulteriori segni grafici per rendere complessa la copiatura ed evitare falsificazioni degli atti stessi). In questo gruppo si potrebbero fare rientrare anche esemplari tracciati come "segni di presenza" (riconoscimento/pellegrinaggio); ad esempio la TC graffita sull'affresco raffigurante papa Gregorio Magno nella chiesa omonima ad Ascoli Piceno. Inoltre quelli probabilmente elaborati dagli scalpellini, come il curioso esemplare inciso su un blocco incassato in verticale nella parete nord della pieve di Cemmo (Valcamonica, BS), che presenta caratteri davvero particolari.

Nel terzo gruppo la relatrice colloca, per la straordinarietà delle dimensioni, la posizione e il contesto, il misterioso esemplare incassato sulla facciata occidentale del Castello di Philipe du-Moulin a Lassay-sur-Croisne (Loire-et-Cher, Centre, Francia), ma sono al vaglio altri casi in cui è stato osservato il perfetto allineamento dei segmenti mediani di determinate Triplici Cinte con i punti cardinali. Nel quarto Gruppo, infine, rientrano tutti gli esemplari rappresentanti nell'Arte, sia sacra che profana. In base ai manufatti, si è ritenuto di inserirli nelle categorie artistiche cui appartengono: a) Arte pittorica (quadri e affreschi); b) Arte dell’intaglio (in legno e pietre pregiate); c) Arte tessile (arazzi e tessuti); d) Manoscritti e Codici; e) Arte musiva e scultura. E' interessante - ha fatto notare la Uberti - come certe scatole da gioco non siano mai state usate per giocare ma per essere ostentate (per i loro materiali pregiati e costosi), e in diversi casi abbiano veicolato messaggi dall'oscuro significato. Dopo avere illustrato alcuni casi accattivanti, la relatrice ha rimandato al suo ampio lavoro intitolato "La Triplice Cinta nell'arte sacra e profana. Le raffigurazioni del gioco del filetto oltre la pietra, Viaggio tra dipinti, arazzi, manoscritti, intarsi preziosi, mosaici e misteri" (scaricabile in formato pdf).

Dal grande lavoro di analisi dei singoli esemplari per tentare di dare loro una appropriata collocazione in ambito simbolico, è emerso che non soltanto la Triplice Cinta può rientrare in uno di questi gruppi ma anche il Tris e l’Alquerque, schemi cui spesso essa si accompagna. E' il caso dei due Tris (di cui uno sormontato da una croce) documentati dalla relatrice su una parete, verticalmente, lungo la scalinata che conduce alla Grotta dell'Arcangelo Michele a Monte Sant'Angelo (FG), in mezzo a migliaia e migliaia di segni lasciati dai pellegrini; interessanti pure gli Alquerque di 1-2 cm di lato graffiti verticalmente sui cagnolini scolpiti alla base del candelabro per il cero pasquale collocato all'interno della chiesa abbaziale di Santa Maria di Arabona (Manoppello, CH). Nel già citato Castello di Philipe-du-Moulin a Lassay-sur-Croisne (Loire-et-Cher, Centre, Francia), sulla parete opposta a quella su cui è incassata la TC, si trova un altrettanto gigantesco schema del Tris, che potrebbe rientrare nel terzo gruppo e avere avuto la funzione di quadrante murale. Tuttavia sono necessari ulteriori approfondimenti e collaborazioni multidisciplinari (nella foto, elaborazione del prof. A. Gaspani).

Il moderatore ha quindi dato la parola a Carlo Gavazzi che ha, in questo caso, fatto le veci dell’unico relatore defezionario, il toscano Giancarlo Sani, assente per motivi di salute. Egli ha provveduto preventivamente a fare pervenire la relazione che avrebbe esposto (per la quale lo ringraziamo), intitolata "Giochi e simboli in ambiente rupestre della Toscana", la quale è stata letta dal dr. Gavazzi e che cercheremo di riassumere. Da molti anni il ricercatore conduce attivamente una vasta ricerca in materia di incisioni rupestri sulle montagne della Toscana, perlustrando oltre 300 siti che sono stati pubblicati principalmente in due volumi intitolati “I Segni dell’Uomo” (2009) e “La Memoria della Roccia” (2016). Durante queste indagini gli è spesso capitato di imbattersi nei soggetti in studio presso il nostro Centro (Triplici Cinte, Tris, Alquerque, Lupo e Pecore), anche se fino a un paio di anni fa non ne conosceva adeguatamente il significato, tanto che li aveva depositati nel proprio archivio fotografico. Alcuni esemplari li aveva pubblicati, limitandosi a descriverli in base a quanto ne sapeva, cioè che erano giochi incisi dai pastori che giocavano durante i momenti di ozio, e in certi casi qualcuno li considerava simboli sacri. La sua attività di ricercatore lo ha portato anche a visitare contesti architettonici e quando ha trovato i citati schemi sul selciato, piazze, chiese, ecc. si limitava a scattare fotografie (non sempre). Come già è stato detto precedentemente, è proprio quando si prova curiosità verso un determinato argomento, che si aprono delle “finestre” o delle porte che ci avviano nella direzione verso la quale troveremo delle risposte. Così, Sani cercò informazioni e trovò il libro di Carlo e Luca Gavazzi “Giocare sulla Pietra” (Priuli & Verlucca, 1997, esaurito) e scoprì che dietro a quei segni geometrici si celava un affascinante universo e che erano tanti gli studiosi che si appassionavano alla materia. Trovò il nostro Centro Studi Triplice Cinta e ne divenne,  in breve, membro. Con entusiasmo continua questa collaborazione, arricchendo il già nutrito censimento con esemplari ritrovati durante i suoi sopralluoghi. Al Convegno sono stati mostrati una quindicina di siti in ambito rupestre, tra i molti da lui documentati; una piccola ma significativa carrellata costituita da 15 Tris, 5 Alquerque, 3 TC, 2 schemi del gioco “Lupo e pecore” e un tavoliere indefinito. Questi schemi sono spesso associati ad altri segni di varia tipologia e significato.

Alcuni contesti hanno potuto essere datati e spiegat, attraverso testimonianze orali dirette (questa è la parte più interessante): è il caso dello schema trovato inciso sul Monte Cuccola (Appennino Pistoiese), nei pressi dell'altura denominata La Cuccola, a circa 1.000 m di altitudine, che rappresenta un Alquerque con due Tris ai lati (uno per parte). Esso è stato realizzato alla metà del secolo scorso (intorno al 1950) per scopi ludici (gioco de "Il Lupo e le Pecore"), utilizzato da contadini e pastori durante il pascolo degli animali. Ma, udite udite, si conosce anche il nome dell'incisore rupestre: è il signor Enzo Tonarelli, il quale ha spiegato che la presenza dei due Tris anzichè uno solo, si deve al fatto che si preferiva rimanere al proprio posto durante le partite. Come sarebbe semplice la ricerca se disponessimo sempre e con certezza di queste testimonianze! Va detto, comunque, che questo tipo di tavoliere è molto raro, secondo il nostro censimento: lo abbiamo infatti documentato soltanto a Colonnata (MS), mentre lo schema più frequente per il gioco del Lupo e Pecore è l'Alquerque con un solo Tris laterale, oppure cinque Tris disposti in croce (questa forma è frequente nel Nord Italia ma non nel resto della Penisola).

Si conosce la datazione anche per un altro esemplare inserito dal Sani nella sua presentazione, l'Alquerque inciso sulla Roccia del Sole, in località Piglionico (Alpi Apuane, Gruppo delle Panie, 1200 m di altitudine). Si tratta di uno dei siti più importanti della Toscana sul quale sono presenti oltre 50 incisioni: pennati, rosoni a sei petali di grandi dimensioni, asce, impronte di piedi e di mani, cerchi e, nella parte superiore della roccia, è profondamente inciso un Alquerque associato a un Tris (ma distinti). Questi ultimi furono realizzati da un pastore adulto tra il 1936 e il 1939 e questo importante dato è stato riferito al Sani da un altro pastore, che a quell'epoca era un fanciullo; ricorda bene quando vennero incisi e sostiene di avervi giocato infinite volte.

Ma nella ricerca del Sani non sempre è tutto così facile, ovviamente, e anche a lui si presentano casi particolari, che suscitano interrogativi sulla loro funzione, come il piccolo Tris documentato lungo un sentiero che risale la montagna, presso Col Carbonaie (Castiglione di Garfagnana, LU), a lato di un’area pianeggiante dove sono stati rinvenuti dei massi con incisioni rupestri. L'esemplare si trova su una piccola roccia e misura cm 2 x 3. Impossibile che abbia avuto funzione di gioco, sostiene il ricercatore toscano, considerando le dimensioni e la notevole inclinazione della roccia. Si ha notizia che nella prima parte del 1900 il sentiero fosse percorso da rogazioni.

Presso la Foce di Campolino (Appennino Lucchese) si è poi imbattuto in un curioso schema di 60 x 40 cm, inciso su una piatta lastra di arenaria ai lati del sentiero che da foce di Campolino raggiunge l’alpeggio di Siviglioli. Non avendo nessun riscontro con tavolieri o con schemi simili, non sa se si tratti di un gioco o rappresenti altro; lo proponiamo ai nostri lettori sperando che qualcuno possa trovare dei raffronti e/o identificarlo con precisione.

L'esemplare è stato documentato lungo un sentiero che risale la montagna, a lato di un’area pianeggiante dove sono stati rinvenuti dei massi con incisioni rupestri. Si trova su una piccola roccia ed è un'incisione di piccole dimensioni (cm 2 x 3). Impossibile che abbia avuto funzione di gioco, considerando le dimensioni e inoltre la roccia presenta una notevole inclinazione

Maggiori informazioni https://www.centro-studi-triplice-cinta.com/products/col-carbonaie-castiglione-garfagnana-lu/

Il brillante chairman Franco Grosso ha quindi presentato l’ultima delle relazioni in programma, illustrata da Marisa Uberti la quale, in veste di fondatrice e curatrice del Centro Studi Triplice Cinta, ne ha spiegato le finalità, la storia, l’utilità e i progetti. Ha inoltre proiettato i grafici statistici relativi all’analisi quantitativa degli esemplari censiti, con particolare riferimento all’Italia. Un complesso lavoro di elaborazione dei dati raccolti fino ad oggi (si rinvia al testo integrale in formato pdf pubblicato nel CSTC).

Al termine del convegno è stato offerto un rinfresco ai presenti e si è colta l’occasione per scambio di opinioni, discussione di esperienze, domande, e saluti.

Grazie a quanti hanno partecipato e a chi, mentre sta leggendo, si sente incuriosito dagli stimoli proposti. Grazie a chi vorrà aiutarci a incrementare questa dinamica ricerca, che non smette mai di affascinare e sorprendere.

  • Si ringrazia il DocBi per aver ospitato l’evento e aver contribuito attivamente all’organizzazione dello stesso; in particolare un sentito ringraziamento al dr. Mauro per l’ottima logistica e al dr. Franco Grosso per essere stato, tra le altre cose, un ottimo chairman.
  • Grazie a Carlo Gavazzi e a Carlo Dionisio per la squisita competenza con cui ci hanno guidato alla scoperta del territorio biellese.
  • Grazie al prof. Massimo Centini per l’insostituibile incisività.
  • Si ringrazia il Comune di Biella per aver patrocinato l'evento.

Al prossimo anno, in un'altra regione...

(Redazione del report; Marisa Uberti, fotografie fornite dai singoli relatori. Vietata la riproduzione senza autorizzazione del CSTC e dei singoli studiosi).

31/10/2018