Report della IV^ Giornata di Studi sulla Triplice Cinta

Genova Sestri Ponente

23/11/2019

( a cura di Marisa Uberti - CSTC)
 

 

Si è svolto nella giornata di sabato 23 Novembre 2019 il quarto appuntamento annuale avente come tema la Triplice Cinta, conosciuta dai più come popolare gioco di pedine molto in voga nei tempi andati, quando televisione e giochi elettronici erano ben lungi dall’essere “pane quotidiano”. In realtà, come ricerche decennali stanno dimostrando, oltre all’aspetto ludico troviamo valenze simboliche molto interessanti e che richiedono approcci disciplinari diversi. L’occasione del convegno annuale è propizia per fare incontrare ricercatori provenienti da varie zone d’Italia, che propongono le loro ricerche ad un pubblico sensibile all’argomento e che ha modo di interagire attivamente al dibattito. Così è stato anche per questo incontro, grazie ad una squadra di ricercatori che ha collaborato con spirito unitario. La scelta di svolgere il convegno nella città di Genova è stata determinata dal fatto che la città e il suo hinterland annoverano l’82% degli esemplari censiti in tutta la regione Liguria dal Centro Studi Triplice Cinta.

L’evento, accompagnato da un meteo decisamente inclemente, si è svolto nell’accogliente saletta dell’ Università Popolare Sestrese (UPS), sita nell’omonima piazzetta a Sestri Ponente. Si ringrazia vivamente la direzione dell’UPS che ha concesso la location, dimostrandosi particolarmente sensibile alla tematica, così come si ringrazia Giuseppe Veneziano, chairman di eccezionale cortesia. Il convegno è stato organizzato da Centro Studi Triplice Cinta con la collaborazione dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri (Iisl), dell’Associazione Ligure per lo Sviluppo degli Studi Archeoastronomici (A.L.S.S.A.), di Archeoastronomia Ligustica e dell’ Osservatorio Astronomico di Genova (OAG), ai quali va un sentito e infinito ringraziamento. Si ringraziano, altresì, gli apprezzati relatori e coloro che hanno partecipato come pubblico, sfidando il maltempo e che speriamo siano rimasti soddisfatti di quanto è stato esposto.

Intorno alle 9.45 ha preso la parola Giuseppe Veneziano, ricercatore di comprovata bravura e per l’occasione prestatosi ad una distinta funzione di moderatore, che ha introdotto il convegno. Il primo relatore della giornata è stato il dr. Italo Pucci[1], da decenni impegnato nella ricerca e divulgazione dei graffiti e delle incisioni nel genovesato. Il titolo della sua conferenza è stato “Giocare sulla pietra a Genova: chi, dove e quando”, nel corso della quale ha brillantemente illustrato i risultati di una pluridecennale ricerca sui filetti incisi nei contesti architettonici della città cercando, dove possibile, di collocarne cronologicamente la loro realizzazione. Lo studioso è tra l’altro autore di una utilissima monografia (Giochi sulla pietra sui monumenti a Genova, 2008 e in continuo aggiornamento) che è un vero e proprio “vademecum” per coloro che abbiano intenzione di scoprire questo tipo di arte popolare, assai diffusa in città[2]. Triplici Cinte si annoverano infatti su gradini, parapetti, balaustre, lastre pavimentali cittadine, sia in contesti cultuali che civili. Il relatore ha ricordato che in ambito rupestre ligure questo schema è presente sulle rocce del Monte Beigua e del Finalese, alla luce delle attuali conoscenze. Da notare però che i filetti dell’area Beigua sono troppo piccoli per poter essere utilizzati come giochi, inoltre sono tracciati su supporto piuttosto inclinato: ne sono un esempio il filetto sulla Pietra Pilar, sulla Grande Roccia, sulla Pietra Scritta e il Tris sulla Pietra Rotonda (Monte Beigua).

Tornando ai monumenti cittadini, il dr. Pucci ha passato in rassegna tutti i contesti in cui, fino ad oggi, è stato documentato il gioco del filetto, e di cui in questo report daremo soltanto qualche riferimento (rimandando la conferenza integrale alla pubblicazione degli Atti del Convegno)[3]. Partiamo dalla Triplice Cinta della cattedrale medievale di San Lorenzo: su un gradino è presente un esemplare con diagonali abbastanza consunto. In questo caso è possibile fissare un terminus post quem: infatti la scalinata che vediamo oggi fu realizzata nella prima metà del XIX secolo (1839) e il filetto non può essere anteriore a quella data; stessa cosa dicasi per l’esemplare inciso sul basamento quadrangolare in marmo retrostante il leone di sinistra. Più difficile datare il duplice quadrato concentrico inciso su uno dei gradini dell’antico ingresso al Battistero (dietro il duomo in piazza S. Giovanni il Vecchio), che appare più consunto a fronte di un numero nettamente inferiore di passaggi. Elementi di valutazione relativi non solo all’epoca di esecuzione ma addirittura a chi li eseguì si trovano nel Palazzetto Criminale (poi Archivio di Stato), ultimato nel 1592. Sono stati identificati i nomi dei componenti della “Guardia di Palazzo” formata da soldati di ventura di origine tedesca; quei soldati lasciarono molti graffiti esterni alle celle e attraverso le date è possibile ritenere che la quasi totalità dei graffiti sia da ascriversi alla prima metà del 1600. Tra le incisioni documentate in questo contesto va sottolineata la presenza dell’unico schema de “Lupo e Pecore” del genovesato.

Membri della “Guardia di Palazzo” stazionarono anche nel Palazzo Arcivescovile (costruito nel 1530); sulla balaustra del loggiato (costruito contemporaneamente al palazzo) si trovano diverse incisioni tra cui due tavolieri del filetto. Al centro di uno di questi si trova una data, 1769, e le lettere G. S. B. V, che si sovrappongono allo schema (perciò si può ritenere che quest’ultimo sia stato eseguito prima, ha sostenuto il relatore). Su un sedile addossato a Palazzo San Giorgio (1260) si trova una Triplice Cinta che può essere datata ad un’epoca non anteriore al XIX secolo: la lunga panca litica fu infatti apposta dall’architetto Alfredo d’Andrade alla fine del 1800 durante lavori di restauro del palazzo. Anche gli esemplari di Triplice Cinta incisi sulle lastre che compongono il muretto di delimitazione della salita del Santuario di S. Francesco da Paola (formando sei rampe) non sono anteriori al XIX secolo perché, prima di tale epoca, la strada non esisteva: fu aperta nel corso del 1800 per favorire l’accesso dei fedeli al Santuario (il percorso più antico era in forte pendenza e molto più faticoso).

Più recente è poi la Triplice Cinta inerente la Cappella di San Rocco a Nervi (oggi quartiere di Genova, un tempo comune autonomo), costruita originariamente nel 1350; ad essa fu aggiunto un portico nel 1821. Su uno dei due sedili in pietra di questo portico si trova il graffito di un filetto che reca al suo interno alcuni caratteri alfanumerici tra cui la data 1926. L’interessante e corposa esposizione del ricercatore ha quindi fatto capire come la prudenza sia necessaria quando si cerchi di datare questi “giochi” perchè il grado di consunzione, in contesti sottoposti ad intemperie di ogni tipo, non è affatto garanzia di antichità. Ogni elemento presente (lettere, date, altri segni/simboli) deve essere coniugato con la storia dell’edificio e dei restauri subiti e, laddove possibile, con altre fonti testimoniali (dipinti, disegni, comunicazioni verbali).

Dopo l'apprezzatissimo e meticoloso lavoro di catalogazione del dr. Pucci nel genovesato, Veneziano ha dato la parola al dr. Carlo Gavazzi[4] con un' istruttiva relazione intitolata: “La documentazione delle Triplici Cinte incise: dalla teoria alla pratica”. Molti dei ricercatori che svolgono attività di documentazione di soggetti incisi o graffiti su roccia o pietra ha frequentemente la necessità di “fissare” ciò che vede con strumenti ausiliari alla vista, per poterli esaminare con calma in un momento successivo. Lo strumento oggi più utilizzato è senz’altro la fotografia. Una bella fotografia consente di studiare le caratteristiche dell’incisione su un computer in tutta calma. Questo oggi è facilitato dalla grande gamma di apparecchi a disposizione e l’avvento delle fotocamere digitali ha eliminato il problema di dovere sviluppare immagini dai rullini, che magari non erano nemmeno venute bene. Tuttavia non basta fare una fotografia quando si parla di incisioni o graffiti: bisogna stabilire indici di qualità, utilità e appropriatezza delle foto.

Inoltre vanno rispettati alcuni parametri, che il relatore ha così riassunto: - la fotografia deve essere bella (a risoluzione elevata); - va fatta con la giusta luce (radente); - va messa la scala colorimetrica o misura accanto al soggetto (internazionalmente si usa quella IFRAO); - dovrebbe anche essere zenitale (il soggetto dovrebbe essere ripreso anche dall’alto); - dovrebbe essere fornita una panoramica del contesto o ambiente.

Gavazzi ha menzionato John Clegg (1935-2015), un archeologo australiano specializzato nello studio dell'arte rupestre di cui era uno dei pionieri in Australia, che diede delle direttive da seguire, e lo statunitense Paul Firnhaber il quale ha indirizzato verso standard globali comuni e uniformi nel fotografare l'arte rupestre. E’ importantissima la documentazione fotografica (specialmente per quei manufatti che in seguito vengono distrutti), perchè può essere divulgata, fornisce un aiuto nella visita dei siti e a volte è la sola alternativa ad essi (qualora siano inaccessibili). Il relatore ha quindi illustrato altri metodi validi, forse usati più in passato che in epoca moderna ma significativamente importanti:

- il disegno, tecnica che ha delle regole proprie perché risulti soddisfacente e che - fino a pochi decenni fa- ha costituito la tecnica  di elezione in questo campo;

- il frottage (che significa "sfregamento"), particolarmente utile quando ad occhio nudo si fatica a distinguere i contorni di un’incisione, come può essere una Triplice Cinta e/o segni contestuali (in certi casi anche la fotografia può non rendere giustizia). Con materiale facilmente reperibile a basso costo, con questo metodo è possibile ottenere risultati apprezzabili e utili per lo studio di incisioni su pietra o roccia, a patto che tali supporti non siano troppo deteriorati. Con il frottage possiamo ottenere immagini bidimensionali in scala 1:1, che servono per misurare lunghezza e larghezza dei solchi, specialmente quando in loco non si sia potuto determinarle. Con il negativo del frottage, ottenuto successivamente elaborando la sua immagine al computer, si otterrà un prodotto simile al rilievo, che metterà in evidenza la tessitura della pietra o della roccia sulla quale l'incisione è presente[5];

Questo era il frottage eseguito da Carlo e Luca Gavazzi nel 1997. La TC, nell'ottobre 2014 da noi documentata, ancora ancora ben visibile, molto meno i segni incisi nei pressi.

Maggiori informazioni https://www.centro-studi-triplice-cinta.com/products/forgnengo-fraz-campiglia-cervo-prov-bi-2/

Rilievo da frottage eseguito da Carlo e Luca Gavazzi nel 1997 sulle incisioni della VIII lastra di copertura del muretto antistante la chiesa parrocchiale di Forgnengo (fraz. di Campiglia Cervo, BI). La tecnica ha consentito di evidenziare delle coppelle nello spazio interno alla Triplice Cinta e diversi caratteri alfanumerici lateralmente. Sotto, la stessa TC fotografata da chi scrive nell'ottobre 2014: era ancora ben visibile ma molto meno lo erano i segni incisi nei pressi (impossibili da vedere a occhio nudo e non catturati dalla fotocamera digitale). E' un esempio dell'importanza di eseguire un frottage o di averlo a disposizione come raffronto.

- il rilievo da fotografia, ortofoto, laser-scanner (produce foto luminose con distanziometro laser). Il sensore laser (=laser scanner, laser 3D) acquisisce una nuvola di punti. Il trattamento dei dati trasformerà la nuvola in un'immagine solida o in un modello 3D o in un'ortofoto. E' possibile integrare le informazioni tridimensionali fornite dal laser scanner con quelle fornite da una fotocamera

- la replica in scala 1:1 (cioè una replica dell’incisione, eseguita con mazza e scalpello su un altro supporto);

- il calco, da molto tempo vietato. E' l’ impronta di una superficie in rilievo fatta ad arte su materie idonee (argilla, gesso, cera, gomme siliconiche, etc.) allo scopo di ricavare riproduzioni identiche o in scala al modello originale. La tecnica su cui si basava era semplice: si usava del lattice sciolto in acqua, lo si applicava al soggetto di studio, si aspettava che asciugasse, lo si spruzzava con una schiuma di poliuretano espanso, si otteneva il calco e lo si portava a casa. La realizzazione di calchi di studio deve essere autorizzata dalla Soprintendenza e attualmente la tecnica prevede l'utilizzo di plastilina o stucco da vetro ritrattati. L'utilizzo di materiali inadeguati, come i polimeri plastici che solidificano, rischia di danneggiare le incisioni ed è strettamente proibito per uso amatoriale.

Gavazzi ha sottolineato che non va mai utilizzato il gesso per “ripassare” gli schemi delle Triplici Cinte, dei Tris o di altri tavolieri incisi: al massimo, per migliorarne la visibilità nei casi in cui essa risulti compromessa, applicare dell’acqua e bagnarli leggermente.

un calco è "un’ impronta di una superficie in rilievo fatta ad arte su materie idonee (argilla, gesso, cera, gomme siliconiche, etc.) allo scopo di ricavare riproduzioni identiche o in scala al modello originale"

Maggiori informazioni https://www.centro-studi-triplice-cinta.com/studi-e-ricerche/italian-articles/il-museo-didattico-memorie-del-tempo-a-perosa-canavese/#!

Due esempi di calco conservati nel Museo didattico "Memorie del Tempo" a Perosa Canavese (TO). Furono realizzati da Luciano Gibelli (1925-2007) negli anni '70 del secolo scorso. A sinistra il calco di un Alquerque che si trova su roccia affiorante in area aperta a  Barzino Inferiore (Tavagnasco, TO); a destra calco di Triplice Cinta con croci, il cui originale si trovava sulla soglia di un fienile di una casa diroccata nel comune di Meugliano (TO), località Taje

Calco di Triplice Cinta con croci, ubicazione: soglia di un fienile di una casa diroccata, comune di Meugliano, località Taje

Maggiori informazioni https://www.centro-studi-triplice-cinta.com/studi-e-ricerche/italian-articles/il-museo-didattico-memorie-del-tempo-a-perosa-canavese/#gibelli-09-jpg1

Dopo l’interessante relazione del dr. Gavazzi è stata la volta di Marisa Uberti[6] che ha parlato di “Triplici Cinte simboliche”. Da quando è nato il Centro Studi Triplice Cinta ad opera della studiosa, il numero di esemplari censiti e annoverati nel database si eleva di anno in anno e proprio grazie a questo archivio internazionale al quale collaborano tante persone, è possibile studiare coerentemente i singoli esemplari e spesso anche il loro contesto. L’analisi quantitativa si associa quindi a quella qualitativa, consentendo di distinguere gli esemplari ludici da quelli che non lo sono, perché presentano delle limitazioni oggettive allo svolgimento del gioco: a) posizione su pareti verticali (non su blocchi di reimpiego però), fortemente inclinate o perfino su soffitti; b) dimensioni troppo esigue; c) elementi che rendono difficoltoso collocare le pedine sul tavoliere.

Sono stati presentati parecchi esemplari in cui la valenza ludica è da scartare, seppure sempre usando prudenza. Elenchiamo alcuni dei casi più interessanti che la studiosa ha illustrato e visto personalmente, partendo dal Nord Europa: - la Triplice Cinta sul soffitto di un cunicolo delle ex- miniere di marna di Caestert (al confine tra Belgio e Olanda) fu realizzata con la fuliggine delle lampade a olio usate dai minatori e si trova a 11 m di altezza dal piano pavimentale, nel buio più fitto. La TC è corredata di prolungamenti dei segmenti mediani che terminano con piccole croci e si accompagna ad una piccola scacchiera, a croci e a personaggi coronati; - due piccoli Tris (4 cm di lato) incisi verticalmente sulla buia e tortuosa parete di fondo della Grotta Moreau nella Foresta di Larchant (Massiccio del Diavolo) in Francia; - l'enorme TC e il Tris incassati sulle facciate Sud-Ovest e Nord-Est di Chateau-du-Moulin (1492), sempre in Francia. La Triplice Cinta presenta una proporzione armonica (4,5 metri il lato del quadrato maggiore, 3 m l'intermedio e 1,5 m il più interno); - la TC sulla faccia esterna della lastra sinistra che compone il cosiddetto "Trono di Carlo Magno" collocato nel matroneo della Cappella Palatina della Cattedrale di Acquisgrana, Germania.

La relatrice ha proseguito mostrando la bellissima TC (o quadruplice cinta) su un frammento di mosaico pavimentale proveniente della chiesa della città di Heukelum, nel comune di Lingewaal, a circa 8 km a nord est di Gorinchem (conservato nel Rijksmuseum ad Amsterdam, in Olanda). Ha mostrato quindi le irregolari Triplici Cinte tracciate verticalmente sulla parete sinistra della chiesa di San Carpoforo a Bissone (Canton Ticino, Svizzera); la piccolissima TC (1,5 cm di lato) incisa su una lastra tombale nella chiesa di San Pietro a Korčula, sull'omonima isola croata. In Italia non mancano certo casi curiosi come la lastra recante incisa una TC che inscrive il monogramma cristico JHS (uno dei Nomina Sacra di largo uso in ambito cristiano fin dal Medioevo) situata in un'abitazione privata a Suna (VB) verticalmente accanto alla porta d'ingresso dell'abitazione; - il Tris inciso verticalmente su parete all'interno della Grotta dell'Orso (situata sotto il meraviglioso Ponte di Veja a Sant'Anna d'Alfaedo, VR).

Molto affascinante e chiaramente non ludica la splendida TC lignea che compone una delle tarsie dell'armadio d'archivio di epoca quattrocentesca conservato nel Museo della Collegiata di Castell'Arquato (PC) e che ha la particolarità di inscrivere un fiore a otto petali in relazione geometrica con la costruzione dei quadrati. Altri esempi impossibili da giocare sono - la TC graffita in modo approssimativo su un pilastro esterno della cattedrale di S. Donnino a Fidenza; - la quadruplice cinta scolpita profondamente nella parete tufacea di un cunicolo delle Grotte Simonetti, situate al di sotto dell'omonimo palazzo a Osimo (AN); - i tre piccoli Alquerque (1-2 cm di lato!) incisi sul dorso di un cagnolino scolpito alla base del candelabro per il cero pasquale nella chiesa dell'Abbazia di S. Maria d'Arabona a Manoppello (PE); - la TC graffita in verticale su un muro di una delle sale del Castello di Gambatesa (CB); - i due Tris (sormontati tra l'altro da una croce) tracciati in modo irregolare sul muro interno della scalinata che porta alla Grotta di San Michele Arcangelo sul Gargano (Monte S. Angelo, FG), inseriti in un contesto fittamente coinvolto da segni di pellegrinaggio secolare; - le due Duplici Cinte con swastika inscritta nello spazio centrale, pertinenti un mosaico pavimentale di epoca romana scoperto nell'area archeologica di Sibari (CS). Da questi e altri esempi è stata ricavata la consapevolezza che una minoranza di Triplici Cinte[7] è incontrovertibilmente non ludica ed è molto significativa, ma quale valenza attribuire ai singoli esemplari? La domanda ha indotto da anni la Uberti a formulare delle ipotesi alternative all’uso ludico e a definire i nostri soggetti “simbolici”. Ma ciò non basta, sostiene la studiosa, poiché dall’approfondita ricerca in essere è emerso che i significati della Triplice Cinta non sono univoci - come si è visto - ma rientrano in almeno quattro grossi gruppi: 1) Esoterico (in cui si identificano tre sottogruppi che sono: religioso, iniziatico, magico-apotropaico); 2) Distintivo/Professionale; 3) Astronomico; 4) Artistico/Decorativo.

Per quanto riguarda il primo raggruppamento va sottolineato come lo schema sia stato inquadrato da Louis Charbonneau-Lassay (1871-1946) come una rappresentazione della Gerusalemme Celeste (Tempio Celeste) e del Macrocosmo: dal quadrato più esterno a quello più interno si ha: il Mondo Terrestre, il Mondo Firmamentale, il Mondo Divino. Al contempo è anche raffigurazione del Microcosmo/Uomo (Tempio Terreno) con le sue tre istanze: Aspetto Carnale, Aspetto Morale, Aspetto Intellettuale. Al centro vi è sempre il “Sancta Sanctorum”, la parte più sacra (sede della Sapienza, sosteneva R. Guénon) e più intima, che potrebbe essere rimarcata dalla presenza del punto centrale o da una piccola croce (come a volte si trova effettivamente). Inoltre, dalla “Sorgente” centrale, il Sapere si espande alla periferia attraverso i canali (i segmenti mediani), qualificando lo schema come una sorta di scala gerarchica a tre livelli, quindi iniziatica. Nel gruppo esoterico possiamo includere anche il sottogruppo magico-apotropaico perché la Triplice Cinta incisa senza alcuna proporzione in verticale su stipiti di ingressi di edifici religiosi o civili, canne fumarie, tegole (magari accompagnata da strane formule), ecc. potrebbe avere svolto (nelle intenzioni di chi le ha tracciate) le veci di un talismano protettivo. Può essere stata veicolo per alcuni incantesimi e maledizioni, impiegata in rituali di magia cerimoniale/stregoneria come esplicitato in alcuni testi.

Rappresentazione del Mandala Parama Sayka, il secondo formato di tempio indù più comune, impostato su una griglia 9 x 9. In esso possiamo individuare - come in una Triplice Cinta - una parte centrale corrispondente alla sede di Brahma, simbolicamente l'Uno Universale (o Spazio / Eternità / Principio Universale / Purusa) nella tradizione indù, obiettivo finale di tutta l'attività spirituale. In alcuni disegni e testi tutti e 9 i quadrati centrali sono considerati come Brahma padas. Nello spazio immediatamente successivo stanno i Devika Padas (gli dei); nello spazio della terza cerchia si trovano i Manusha padas, in cui vivono gli esseri umani, camminando e facendo simbolicamente la scelta tra il bene/Devas (dei) e il male/Paisachikas (demoni). Questi ultimi - i Paisachikas padas- si trovano nella cinta più esterna e sono i demoni, le paure, la sofferenza

Nel Gruppo Distintivo/Professionale rientrano i "Signa Tabellionis" come quello del notaio Sobricus de Gratioli, vissuto a cavallo del XV-XVI secolo, operante a Rovato (BS) e nei territori sottoposti al governo della Serenissima. Questo notaio aveva adottato come proprio sigillo personale professionale uno schema in tutto e per tutto identico a quello di una Triplice Cinta (con diagonali), arricchita di quegli elementi decorativi necessari a scoraggiare la copiatura illegittima del sigillo. In questo caso la TC qualifica una professione. Nel medesimo raggruppamento la ricercatrice ha mostrato alcuni casi in cui la Triplice Cinta distingue una casata (come quella di Andrea Navarro, palermitano, discendente da un ramo spagnolo della Navarra), una loggia massonica (come quella dei Quatuor Coronati 1459 – G.O.I. di Napoli), un marchio dei Costruttori e un segno dei pellegrini di passaggio in numerosi luoghi sacri.

Nel Gruppo Astronomico possono rientrare quegli esemplari che non trovano collocazione nei gruppi precedenti e che per le loro caratteristiche si prestano ad essere studiati in relazione all'archeoastronomia (esempio i giganteschi esemplari di Tris e TC incassati sulle facciate NE e SO del già citato Chateau-du-Moulin in Sologna, Francia). Nell’ultimo raggruppamento (Artistico/Decorativo) troviamo tutti gli esemplari presenti nell'Arte (dipinti, xilografie, disegni, manoscritti, arazzi, ecc.), dove assistiamo a curiose rappresentazioni che vanno dalla semplice scena di tranquillo gioco  a set molto complessi e mai impiegati a scopo ludico. Interessanti sono, inoltre, i motti che talvolta accompagnano le scatole da gioco: frasi benaugurali ma anche minacciose, ambigue, misteriose, che fanno pensare al "set" come veicolo di reconditi messaggi. A questo gruppo appartengono anche tutti gli esemplari decorativi che campeggiano su balaustre, ringhiere, finestre, recinzioni, portali, pavimenti di edifici pubblici e privati, in contesti civili ma anche religiosi [8] e che hanno sicuramente valenza utilitaristica ma senza dimenticare l'impatto subliminale che possono rivestire. Nel finale è stato mostrato un reperto decisamente interessante, un sigillo medievale di pochi millimetri di diametro, recante una bella TC che sarà oggetto di un apposito articolo di approfondimento in questo portale.

Dopo la pausa pranzo, che è stato un ulteriore momento di interazione tra i relatori e alcuni partecipanti, si è ripreso con il prof, Ausilio Priuli [9] con la sua interessantissima esposizione intitolata “I filetti graffiti di epoca La Tène in Valle Camonica". Lo studioso bresciano ha esordito lusingando la tematica del convegno, normalmente lasciata ai margini dagli archeologi. Egli ha personalmente documentato innumerevoli esemplari di Triplice Cinta in ambito rupestre della Valle Camonica, conosciuta localmente come "Filetto", “Tavola-Mulino”, “Merler”, “Triplice Cinta druidica”, tra i più comuni. Salvo alcuni casi, è situata in contesti difficili da raggiungere e documentare, se non si ha esperienza. Nel territorio culturalmente camuno i filetti sono quasi sempre graffiti, raramente picchiettati, a volte incisi e - aspetto decisamente interessante -  nella quasi totalità sono su superfici inclinate, molto inclinate e in alcuni casi addirittura verticali. In alcuni casi sono di piccole dimensioni (pochi centimetri di lato) come si può ben vedere sulle rocce verticali di Piancogno, comune di poco più di 4.500 abitanti  formato dai nuclei di Piamborno e Cogno (lungo la strada statale 42 del Tonale e della Mendola sulla riva destra del fiume Oglio) e l'Annunciata, posta a ovest in cima ad una scoscesa parete di roccia.

Le prime segnalazioni dell'esistenza di graffiti rupestri nel territorio di Piancogno risale al 1984; da allora sistematiche esplorazioni ed analisi di migliaia di segni, figure e simboli hanno rivelato l'esistenza di un patrimonio di immenso valore, collocabile tra l'ultima grande invasione celtica e la piena romanizzazione della valle. Le incisioni rupestri nel territorio soprastante Piancogno sono distribuite in uno spazio abbastanza esteso, che va dalla valle del Trobiolo a Nord fino oltre la valle del Daen a Sud. Le rocce si sono facilmente prestate ad accogliere i graffiti in quanto sono caratterizzate da superfici naturalmente lisce, di modeste dimensioni e molto spesso con disposizione verticale ad altezza d'uomo, quindi facilmente utilizzabili ma al contempo questa eccessiva friabilità è stata spesso causa della perdita di porzioni di superfici incise.

Il gruppo di incisioni tra le quali si trovano i filetti è difficilissimo da raggiungere, invaso dai rovi e può essere pericoloso per gli inesperti. Oltre ai filetti e Tris, sono state documentate scene di caccia, iscrizioni, figure antropomorfe armate in danza o in lotta, figure zoomorfe sovrapposte in vari casi. La stragrande maggioranza dei filetti conosciuti nel territorio della Val Camonica è stata realizzata durante la seconda metà dell’età del Ferro e in particolare in periodo di influenza celtica (La Tène), come si evince dai contesti iconografici soprattutto del territorio di Piancogno. Numerosi sono i casi di tentativi di cancellazione-esautorazione delle figure di filetti, avvenuti dopo l’avvento e piena affermazione del cristianesimo; ne sono esempio vari siti della valle ma anche nell’adiacente Val di Scalve. I filetti camuni insistono su rocce “sacre”, caratterizzate dalla presenza di incisioni precedenti frutto di una ritualità fortemente radicata e perdurata per millenni, oggi senza dubbio riconosciute con funzione di linguaggio rituale transitorio espresso da “sacerdoti-artisti”.

Il relatore ha mostrato diverse immagini esemplificative dell'ubicazione delle Triplici Cinte da lui documentate durante la sua attività archeologica ed escursionistica; contesti spesso a quote montane elevate e paesaggisticamente incantevoli come quello di Cima Verde a Colere nella Valle di Scalve, tributaria laterale della Val Camonica e la più piccola tra le valli bergamasche, dominata dal massiccio della Presolana. Il toponimo della località deriva dal fatto che in un ambiente privo di vegetazione, troviamo uno spuntone di roccia completamente rivestito da vegetazione arbustiva. In un'area ristretta, a poco meno di 2.000 metri di altitudine, giacciono numerosi massi calcarei, caduti dalle rocce circostanti e su almeno una quindicina di essi è presente la Triplice Cinta e molti altri segni incisi [10].

Le TC sono di varia forma e tecnica, alcune mal fatte e irregolari, altre parzialmente o totalmente frammentate e si trovano inclinate, posizione non certo favorevole al gioco. Diverse incisioni sono state deturpate nel tentativo di cancellarle. In questi casi è lecito interrogarsi sul significato di filetti inutilizzabili a scopo ludico. Secondo il relatore furono realizzati prima della cristianizzazione della valle, in epoca celtica, per propiziare la costante presenza del sacro, cioè sostituire ad un sacello reale la sua schematica e simbolica rappresentazione.

Località "Cima Verde". Su 15 massi erratici in calcare sono visibili diverse TC (di varia forma e tecnica, alcune mal fatte e irregolari, altre parzialmente o totalmente frammentate) + 2 alquerque + 4 scaliformi, 8 figure rettangolari, 6 forme triangolari, 5 forme circolari o elissoidali, 1 croce, 7 nomi, 2 scritte complete, 15 numeri singoli e svariati segni incomprensibili, spesso sovrapposti.

Diverse incisioni sono state deturpate nel tentativo di cancellarle.



Maggiori informazioni https://www.centro-studi-triplice-cinta.com/products/colere-vilminore-di-scalve-bg-/

Rimandando agli Atti la completa esposizione del prof. Priuli, che è stata molto seguita dal pubblico, il moderatore ha presentato Mario Codebò [11], noto archeoastronomo genovese, che in occasione di questo convegno ha presentato un tema originale e stimolante, "Città turkmene preistoriche a triplice cinta", in compagnia del dr. Henry de Santis [12], con il quale anni fa ha condotto un'interessantissima ricerca, appunto oggetto di questa conferenza. I due studiosi hanno infatti partecipato ad alcune missioni archeologiche dell'Università di Bologna (dirette dal compianto Maurizio Tosi) miranti a documentare alcune città sorte attorno alla  metà del III millennio a.C. ad opera dell'antica civiltà della Bactriana e Margiana (BMAC), nell'attuale Turkmenistan. Che cos'avevano, quelle città, di affine al tema di questo Convegno?

Alcune città fortificate presentano palesemente una pianta morfologicamente simile a quella di una triplice cinta (o duplice cinta), i cui assi sono orientati sul Polo Nord, verosimilmente mediante la stella polare di allora: Thuban (α Draconis). Queste città furono abbandonate circa mille anni più tardi, quando le mutate condizioni climatiche portarono alla desertificazione della regione, un tempo lussureggiante. In questa relazione sono state proposte all'attenzione dei partecipanti tre di queste città: Gonur Nord, Gonur Sud e Togolok 21. La zona in questione è forse la più settentrionale in cui arrivò (millenni dopo) Alessandro Magno, ubicata a est del Mar Caspio. Al tempo dell'erezione delle menzionate città, era popolata dai Turanici, condannati nell'Avesta (complesso dei libri sacri della religione iranica di Zarathustra) come "demoni" perchè politeisti (al contrario degli iranici che erano monoteisti). Attualmente la regione è completamente desertica ma al tempo della fioritura della civiltà BMAC era molto fertile, così come era fertile la Valle dell'Indo (le due civiltà che le abitavano erano in strettissimo contatto). All'arrivo degli Indoeuropei ("Aria") le città erano già in rovina, ma la loro eredità culturale venne introiettata: essa era elevatissima, come gli studiosi hanno potuto ricostruire in base ai ritrovamenti archeologici.

La prima delle città presentate, Gonur Nord o Gonur Depe (fondata nel 2.400 a.C.), possedeva almeno due cinte di mura, una interna e una esterna e forse una terza parte era collocata centralmente. Era sicuramente una città-fortezza in cui vi era l'abitato, costituito da due parti (una riservata all'aristocrazia e una al popolo). I due assi principali della città si incrociavano come nel cardo e decumano; il primo era orientato al Nord astronomico con un errore di 2°16' (di conseguenza gli altri lati hanno lo stesso tipo di errore). Per orientare così bene la città avevano usato la stella polare di allora, Thuban. Codebò e de Santis hanno presentato una serie di meticolosi calcoli astronomici che a suo tempo eseguirono per dimostrare le loro affermazioni.

Misurazioni che hanno condotto anche per la seconda città presentata, Gonur Sud o Themenos, un insediamento religioso e non civile, la cui struttura architettonica era impostata sul doppio quadrato concentrico. Essa aveva un orientamento astronomico diverso e si è rivelato particolarmente interessante lo studio del quadrato più interno poichè quasi tutte le torrette che si stagliavano lungo il lato avevano degli orientamenti solari (solstiziali perlopiù) o stellari. La distanza tra Gonur Nord e Gonur Sud era di poche centinaia di metri, tuttavia il secondo fu edificato nel 1950 a.C. vale a dire circa 500-600 anni dopo Gonur Nord.

La terza città investigata è Togolok 21, fondata attorno al 1950-1550 a.C., distante alcuni chilometri dalle precedenti e caratterizzata anch'essa da una cinta esterna, una più interna e una terza cinta ancora più interna (quindi una triplice cinta). L'asse cardinale è 359°17', cioè è quasi esattamente al Nord. Come fecero ad orientarla così bene? Non usarono Thuban perchè, a causa della Precessione degli Equinozi, quella stella si era spostata, nel frattempo, verso la periferia, quindi quelle antiche civiltà si avvalsero di un altro metodo, per la cui spiegazione rimandiamo agli Atti, limitandoci a dire che le antiche civiltà della Bactriana e Margiana, così come quelle dell'Indo e dell'Egitto (piramidi), ma anche quelle cinesi, davano un' estrema importanza ai quattro punti cardinali, fattore che non si riscontra in coevi insediamenti europei. Ciò a chi scrive appare affascinante nell'ipotesi di un' eventuale reminescenza simbolica rimasta latente per secoli e che potrebbe essere passata dall'Oriente all'Occidente, miniaturizzandosi ad un certo punto nelle forme di uno schema geometrico facile da riprodurre, a cui gradualmente fu attribuito un intento ludico che forse riproducesse una strategia militare (conquistare cinta dopo cinta, torre dopo torre, seguendo verosimilmente i punti cardinali) che nei secoli ha subito adattamenti ma sostanzialmente arrivando a noi con la stessa geometria di base.

Il Convegno è proseguito con Henry de Santis [12] e la sua esposizione Un resoconto da Malta, chiarendo fin dalle prime battute che egli non è un esperto di Triplici Cinte ma negli ultimi 2-3 anni è venuto a più riprese in contatto con questo schema e si è appassionato alla sua ricerca. Durante un viaggio a Malta nella primavera di quest'anno ha potuto rintracciare diversi esemplari (ve n'era uno soltanto nel nostro database, n.d.r.). La prima l’ha individuata nella parte vecchia dell’isola, a Medina, nel Museo di Storia Naturale, costruito nel 1725 sulle rovine di un precedente palazzo terremotato e fu usato come tribunale, come ospedale per il colera nel 1837 e come sanatorio per soldati inglesi nel 1858. Rimase ospedale per tubercolotici fino al 1956 e dal 1973 è sede del Museo.

Al primo piano, sulle balaustre del loggiato, si trova una bella TC, accanto alla quale vi sono dei quadrati ma non identificabili con certezza come tavolieri (sarebbe utile eseguire un frottage). Sono presenti altre incisioni e graffiti e una data, oltre a una croce con calvario. Al Museo Archeologico Nazionale de La Valletta, nel palazzo costruito per i Cavalieri di Malta, nel grande salone posto al I piano, sul davanzale di una finestra si trova incisa una TC, difficile da fotografare perché ingombrata (ma Henry è riuscito).

Verso il Forte di San Giovanni, su un muricciolo lungo le mura, si trova un piccolo quadrato con alcuni altri tratti annessi (forse è una TC molto consunta). Nella cittadella di Gozo, presso l’Acropoli sull’isoletta omonima (a Vittoria), de Santis ha fatto ulteriori ritrovamenti. L’Acropoli nacque durante l’Età del Bronzo e il suo utilizzo perdurò nelle epoche successive. E’ riportato un castello nel XIII secolo ed era affidata ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni. Vi si alternarono francesi e inglesi, dopo la cacciata dei Cavalieri di Malta, e attualmente è un’area musealizzata, sede del Museo Archeologico, di Storia Naturale e di vari palazzi storici tra cui la vecchia prigione, ricca di graffiti e incisioni. Fu usata fino alla metà del 1900 circa, costruita dai Cavalieri nel XVI secolo per rinchiudervi i loro stessi membri che si rendevano colpevoli di reati (esempio atti lesivi dell’ordine pubblico, duelli, ubriachezza, bestemmie, omicidi…).

Nonostante fosse un luogo di detenzione, i prigionieri godevano di assistenza medica, potevano uscire per brevi periodi per passeggiate salutari. Le pene non superavano i 20 anni anche per i reati più gravi. Sui parapetti delle mura di cinta dell'Acropoli de Santis ha documentato diverse TC (piuttosto deturpate da crescita di licheni): la prima misura circa 20 x 20 cm, altre sono più sbiadite. Interessanti anche altri soggetti geometrici ancora in via di decifrazione, iscrizioni, lettere, date, un quadrato quadripartito. Un Tris (l'unico fino ad oggi documentato a Malta) è inscritto in un quadrilatero più grande.

All’interno della vecchia prigione (usata dal XVI a metà del XX secolo) si trovano decine di graffiti a tema navale, in verticale sui blocchi delle celle. La tipologia delle imbarcazioni rappresentate consente anche di collocarle cronologicamente. Molti di questi graffiti furono coperti con intonaco e sono stati rimessi in luce da successivi restauri. Diverse le croci maltesi lasciate sui muri. Presto tutti i ritrovamenti effettuati dal relatore verranno inseriti nel nostro database e lo ringraziamo perché sicuramente vanno ad incrementare la conoscenza che avevamo delle Triplici Cinte maltesi.

L’ultima esposizione è stata presentata da Angelo Marchetti [13] in collaborazione con Marisa Uberti, entrambi membri del CSTC. E' stata esposta l'analisi statistica (aggiornata al 31/10/2019) con i grafici di distribuzione in Italia dello schema della Triplice Cinta, del Tris, dell'Alquerque e dello schema de "Il Lupo e le Pecore". Da questo lavoro si è potuto stabilire, alla luce delle attuali conoscenze, che in tutte le regioni sono documentate TC, mentre Tris e Alquerque soltanto in 14 regioni; lo schema del "Lupo e pecore" è stato trovato soltanto in 6 regioni e risulta del tutto assente nel centro-sud Italia, ad eccezione della Toscana settentrionale, che ne detiene il maggior numero (9). Di questo lavoro verrà pubblicato (entro fine 2019) l'elaborato integrale, con le opportune considerazioni conseguenti ai dati fino ad oggi raccolti, in questo sito.

 

Questo quarto Convegno di Studi ha avuto il primato di essere stato il primo a svolgersi nell'arco dell'intera giornata (mattino e pomeriggio); i precedenti incontri annuali [14] si sono svolti esclusivamente di pomeriggio. Il numero dei relatori ha quindi potuto essere maggiore, quest'anno, consentendo di presentare argomenti più variegati e di affrontare dibatitti stimolanti e coinvolgenti, che si sono svolti con grande spirito di interazione e collaborazione.

La giornata seguente, domenica 24 Novembre, un gruppo più ristretto tra relatori e partecipanti ha effettuato un'escursione al Santuario di Nostra Signora dell'Acquasanta a Genova Mele, dove si trovano diversi esemplari di Triplici Cinte, che purtroppo sono sempre più consunte (ne riferiremo in un articolo a parte). Ringraziamo tutti e in particolare Giorgio Casanova per averci spiegato alcune cose interessanti sulla proprietà dell'acqua sorgiva solfurea che fu il motivo del culto primigenio in questo luogo straordinario. Nel pomeriggio la visita si è estesa alla zona della Cattedrale di San Lorenzo, nel centro storico di Genova, dove abbiamo goduto della guida dell'esperto Italo Pucci per l'approfondimento dei tavolieri incisi nell'area. Ringraziamo ancora lui per la disponibilità dimostrata e il resto della comitiva.

L'appuntamento è per il prossimo anno, in un'altra regione!

  • Si ringrazia Giuseppe Veneziano per la splendida performance come moderatore, che al contempo è stato anche un attivo interlocutore con domande intelligenti e curiosità alle quali, purtroppo, anche noi che ci occupiamo da anni di questo tema a volte non possiamo rispondere. Ad esempio: è nato prima il gioco o prima il simbolo? Anche se gradualmente la nebbia va diradandosi e i tasselli raccolti stanno rendendo il puzzle sempre più chiaro, è doverosa la cautela.
  • Si ringraziano i relatori pr la loro lodevolissima disponibilità e qualità delle esposizioni: il dr. Italo Pucci, il dr. Carlo Gavazzi, il prof. Ausilio Priuli, Mario Codebò, il dr. Henry de Santis, Angelo Marchetti. Chi scrive non può autolodarsi!

La squadra dei relatori di quest'anno: da sinistra a destra Angelo Marchetti. Henry de Santis, Marisa Uberti, Mario Codebò, Carlo Gavazzi, Italo Pucci, Ausilio Priuli e il moderatore d'eccezione Giuseppe Veneziano

 

  • Autrice del report: Marisa Uberti. Pubblicato in questa sede il 29/11/2019. E' prevista l'edizione integrale delle relazioni, raccolte negli Atti di prossima pubblicazione (verrà data comunicazione a tempo debito).

 


[1] Membro dal 1976 dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri di cui è Rappresentante Scientifico (Sez. di Genova). Già Ispettore Onorario collabora con la Soprintendenza Archeologica della Liguria. E’ autore del libro “Culti naturalistici nella Liguria antica”,” Incisioni rupestri e megalitismo in Liguria”, “ I soldati di ventura a Genova attraverso i loro graffiti” e “Le pietre scritte del Forte di Gavi”. Conta innumerevoli articoli su riviste scientifiche. Attualmente si sta dedicando al rilevamento e allo studio dei graffiti storici sui monumenti di Genova e Genovesato. Ha curato varie mostre tra cui le personali “I Posti di Guardia della Sanità settecentesca dei Commissariati di Albaro e Nervi” e “I soldati di ventura a Genova attraverso i loro graffiti”.

[2] Chi scrive ne ha usufruito durante un approfondito sopralluogo a Genova nel Gennaio 2010, trovando puntualmente riscontro di ciascuno dei tavolieri indicati nell’opera di Pucci. In seguito, dopo la fondazione del nostro Centro Studi Triplice Cinta, ci sono pervenuti esemplari inediti e si è via via instaurata una proficua interazione con il dr. Pucci stesso, avendo in comune il medesimo interesse

[3] Invitiamo i lettori a consultare, oltre il lavoro del dr. Pucci, anche il nostro database per la Liguria al seguente indirizzo https://www.centro-studi-triplice-cinta.com/galleria-fotografica/esemplari-italia-italian-exemplars/liguria/

[4] Medico odontoiatra biellese, si dedica da moltissimi anni alla storia e all’archeologia del territorio biellese e in particolare alle incisioni rupestri. Già socio del CAB (Centro Archeologico Biellese), ha svolto archeologia e documentazione di arte rupestre soprattutto in ambito locale e ha dedicato una grande concentrazione  di sforzi verso i tavolieri incisi anche oltre il biellese, da cui è sfociato il saggio – in collaborazione con il figlio Luca - intitolato “Giocare sulla pietra: i giochi nelle incisioni  rupestri e nei graffiti di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria” (Priuli & Verlucca editori, Quaderni di Cultura alpina, 1997). Tra il 1995-’97 ha collaborato con il GERSAR (Groupe d’Etude, de Recherche et de Sauvegarde de l’Art Rupestre) nella catalogazione dei tavolieri incisi. E’ membro del DocBi-Centro Studi Biellesi, per il quale ha pubblicato innumerevoli articoli sulla trimestrale “Rivista biellese”. Costantemente attivo sul campo, organizza e partecipa ad eventi culturali ed è stato relatore in due precedenti Convegni Nazionali sulla Triplice Cinta (nel 2017 a Spirano, BG, e nel 2018 a Biella).

[5] Un bel video illustrativo su come si esegue un frottage è stato realizzato dal nostro CSTC e lo si può visionare a questo indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=4k2evTVATCc

[7] Sono stati presentati anche alcuni casi di Tris e  Alquerque impossibili da giocare

[8] L'autrice ha prodotto una monografia dedicata interamente a questa tematica, scaricabile da questo link

[9] Nato e residente a Capodiponte (BS), è libero professionista: archeologo, etnoarcheologo, antropologo culturale, imprenditore del turismo culturale e archeologico. Si occupa di ricerca e studi di preistoria e di arte preistorica in Valle Camonica e di tutto il mondo; ha svolto ricerche e analisi di siti preistorici, di arte preistorica e di tradizione in molti Paesi europei, dell’Africa, e dell’America Latina. Ha elaborato protocolli di analisi dell’arte rupestre e si è sempre occupato di metodologia di ricerca e studio della cultura paleoiconografica e ha approfondito la conoscenza del significato dei segni e dei simboli che ricorrono nella stessa, come dimostrano le sue numerosissime pubblicazioni sulla materia. Si occupa da anni di ricerche di superficie ed è chiamato in continuazione a fare esplorazioni in tanti luoghi in Italia e all’estero dove, a seguito di molteplici esperienze di studi antropologici, di ricerca e analisi paleoambientali, avendo forse imparato a pensare come pensava l’uomo della preistoria, ha la capacità di intuire ed individuare le tracce lasciate dal passaggio o dalla frequentazione temporanea o stabile dell’uomo nella lontana preistoria, anche in luoghi dove non è mai emersa e individuata alcuna traccia antropica.

[10] 2 alquerque + 4 scaliformi, 8 figure rettangolari, 6 forme triangolari, 5 forme circolari o elissoidali, 1 croce, 7 nomi, 2 scritte complete, 15 numeri singoli e svariati segni incomprensibili, spesso sovrapposti.

[11] Si occupa dal 1984 di archeologia di superficie e dal 1987 di archeoastronomia. Ha pubblicato oltre cinquanta articoli, ha curato la pubblicazione di due libri e ha organizzato il Convegno Internazionale IISL "Archeoastronomia: un dibattito tra archeologi ed astronomi alla ricerca di un metodo comune" svoltosi nel 2002 in due sessioni: a Genova in febbraio e a Sanremo in novembre. Tutte le sue pubblicazioni sono consultabili e scaricabili sui siti www.archaeoastronomy.itwww.academia.edu. È co-fondatore del Centro Ricerche Archeoastronomia Ligustica, socio fondatore dell'Associazione Ligure per lo Sviluppo degli Studi Archeoastronomici (ALSSA), socio della Società Italiana di Archeoastronomia (SIA) e della Società Astronomica Italiana (SAIt). Ha tenuto corsi di archeoastronomia nella Scuola Interdisciplinare di Metodologie Archeologiche dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri (IILS).

[12] E’ nato nel 1979 a Genova dove si è diplomato presso l'Istituto Nautico. Dopo aver effettuato un periodo di navigazione quale Allievo Ufficiale di Coperta, si è dedicato allo studio dell'archeoastronomia, dell'archeologia e della paletnologia laureandosi presso la locale Università degli Studi. In Italia ha effettuato scavi archeologici afferenti alla Preistoria e Protostoria e ha preso parte a missioni archeologiche in Sudafrica, India, Asia Centrale e Sultanato di Oman fornendo, per alcune, specifiche consulenze in materia di archeoastronomia. E’ Ispettore Onorario per la tutela dei Beni Archeologici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è membro Accademico Esperto dell’Accademia Archeologica Italiana. Insieme a Mario Codebò, gestisce il portale www.archaeoastronomy.it.

[13] Nato nel 1958 a Palazzolo sull’Oglio (BS), è perito meccanico e risiede in provincia di Bergamo dal 2003. Appassionato di archeologia e fotografia digitale, è membro del CSTC dal 2013 e, nel tempo libero, svolge ricerca sul campo. E’ stato relatore al II Convegno Nazionale sulla Triplice Cinta tenutosi a Spirano (BG) nel 2017

[14] I Giornata Nazionale di Studi a Bonito (AV), 2016; II Giornata Nazionale di Studi a Spirano (BG), 2017; III Giornata Nazionale di Studi a Biella, 2018